Un no deciso allo spoil system “mascherato”

di | 18 novembre 2007 | 2 commenti Leggi

Nella variegata e composita compagine del Governo Prodi, nella quale, in base ad una strana alchimia, figurano personaggi spesso opposti (quali ad es. Mastella, Di Pietro e Ferrero, tanto per citare i più noti), un posto del tutto preminente occupa il Ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa (sulla biografia del Ministro, figlio di un altrettanto “preminente” ex amministratore delegato delle Assicurazioni Generali, v. l’apposita voce di Wikipedia).

Le ragioni di tanto rilevo non derivano solo dall’importanza del discastero ricoperto, ma anche dalle qualità a dir poco “impolitiche” dimostrate dal Ministro Schioppa, autore di curiose esternazioni che hanno creato imbarazzo perfino tra i suoi stessi colleghi, come ad es. quella recente che ha definito i trentenni che ancora vivono con i genitori come dei “bamboccioni”, ovvero quella secondo cui “dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima … ” (su Rai 3 nel programma “In mezz’ora” di Lucia Annunziata). In questo senso il Ministro ha già superato l’on. Bindi, rimasta famosa allorchè era Ministro della salute per avere fatto perdere centinaia di migliaia di voti con le sue estemporanee dichiarazioni.

Il Ministo Padoa Schioppa sarà probabilmente ricordato non solo per le sue singolari esternazioni e non tanto per i tagli della spesa pubblica (che, in effetti, nell’ultima finanziaria non ci sono stati), ma soprattutto per le rimozioni di funzionari pubblici. Non a caso il debutto ufficiale del “preminente” Ministro si è avuto in occasione del dibattito parlamentare sulla rimozione del Generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale.

Nel corso di tale dibattito, il Ministro Padoa Schioppa, per giustificare la rimozione, si è lasciato andare ad apprezzamenti non proprio lusinghieri nei confronti di Speciale, del quale è stata messa in dubbio perfino la correttezza (il Ministro ha infatti denunciato expressis verbis la “opacità di comportamenti, una gestione personalistica e anomala” del Generale Speciale e ancora “la continua distorsione di regole e procedure che ha portato il corpo dall’autonomia alla separatezza”: v. l’articolo del Corriere della Sera del 6 giugno 2007), trascurando del tutto il fatto che il Governo, nell’adottare la delibera di rimozione del Generale Speciale, aveva proposto la sua nomina a Consigliere della Corte dei Conti.

La vicenda, com’è noto, si è risolta in una doppia offesa: la prima, al Generale Speciale, rimosso con le parole durissime pronunciate in Parlamento dal Ministro Padoa Schioppa (senza possibilità di replica per il diretto interessato), l’altra alla Corte dei Conti, alla quale volevano “rifilare” il personaggio descritto dallo stesso Ministro. Delle due l’una: o Speciale era quel personaggio che è stato descritto nella relazione al Parlamento del Ministro Padoa Schioppa, ed allora non si vede perchè gli sia stato proposto un posto di Consigliere della Corte dei Conti; ovvero Speciale è stato rimosso per motivi diversi da quelli descritti da Padoa Schioppa nella sua relazione di 22 pagine, ed allora non si vede perchè si sia voluto pubblicamente infierire su tale personaggio, che ha avuto la dignità di rifiutare il commodus discessus della nomina a Consigliere della Corte dei Conti.

Le qualità del Ministro hanno trovato conferma nella “gestione” dell’affare Petroni e cioè nella rimozione di un Consigliere della Rai disposta dal Ministero sulla base di direttive ricevute da Prodi (altro caso di spoils system “mascherato”, al quale il Ministro si è volentieri prestato).

Come rilevato dal T.A.R. Lazio, fin dalla data in cui è stata emessa la ordinanza cautelare (ordinanza 7 giugno 2007 n. 2716, in questa Rivista), la direttiva sulla rimozione era palesemente illegittima, atteso che mentre la motivazione della direttiva stessa faceva riferimento all’asserito venir meno del rapporto fiduciario, di contro “non risulta addotto alcun fatto o accadimento al quale possa in qualsiasi modo essere riferito, con un nesso causale, la rottura del rapporto (fiduciario) in questione”.

Già in quella occasione il T.A.R. Lazio aveva rilevato che il Ministro Padoa Schioppa, “dopo aver dichiarato di conoscere da anni il ricorrente e di stimarlo in quanto persona di qualità, aveva escluso di aver mai avuto rapporti con lo stesso nel corso del mandato e di avergli mai dato istruzioni, alle quali il ricorrente si sarebbe sottratto”; di qui l’insanabile contraddizione tra quanto formalmente affermato per giustificare la rimozione (mancanza di fiducia nel Cons. Petroni) e quanto altrettanto ufficialmente dichiarato dallo stesso Ministro innanzi alla competente Commissione parlamentare in ordine al Cons. Petroni (definito “persona di qualità, degna di fiducia). In questo caso, evidentemente, il Ministro non se l’era sentita di infangare il nome del soggetto rimosso per giustificare il provvedimento adottato. Non si era accorto tuttavia di cadere in tal modo in una contraddizione ancor maggiore di quella del “caso” Speciale (rimosso con disdoro, ma con la contestuale offerta di un prestigioso posto alla Corte dei Conti).

La contraddizione à stata ulteriormente messa in luce nella motivazione della recente sentenza del T.A.R. Lazio relativa al “caso” Petroni. Ha osservato in particolare il T.A.R. Lazio che, nel corso della audizione del 16 maggio 2007 innanzi alla Commissione parlamentare di vigilanza, il Ministro dell’economia aveva affermato (pag. 9 del resoconto stenografico) che una complessiva analisi degli accadimenti verificatisi in seno al Consiglio di amministrazione della R.A.I., “porta a concludere che la responsabilità di questa situazione di grave criticità creatasi non è ascrivibile ad un singolo consigliere, piuttosto all’intero organo gestionale della società per azioni”.

Inoltre, ad una domanda rivoltagli da un componente della Commissione il Ministro aveva risposto (pag. 13) “a mio giudizio la disfunzione è dell’intero consiglio di amministrazione. Lo ripeto: dell’intero consiglio di amministrazione …. So perfettamente che, in una società per azioni, l’azionista non dà ordini al consigliere: lo nomina, e questo opera in indipendenza, per il bene dell’azienda. Io non ho mai chiesto al Professor Petroni di comportarsi in un particolare modo. Il motivo per cui in questo caso ho agito non ha a che vedere con i contenuti del suo modo di votare o non votare nelle sedute del Consiglio”.

Il T.A.R. Lazio ha inoltre ritenuto contraddittorio che il Ministro da un lato riconosca espressamente che la disfunzione del Consiglio di amministrazione della R.A.I. è da imputare all’intero organo collegiale e non al solo prof. Petroni e dichiari di non aver mai chiesto a quest’ultimo di adottare iniziative che questi si sarebbe rifiutato di condividere e al tempo stesso, e ciò nonostante, ritenga di poter legittimamente risolvere le problematiche della concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo revocando il mandato allo stesso Consigliere Petroni.

E’ stato aggiunto che sembra per lo meno difficile ipotizzare di poter risanare la situazione della R.A.I. sostituendo un solo consigliere – al quale nulla è mai stato imputato (e che, anzi, lo stesso Ministro dice di conoscere da anni, di stimare in quanto persona di qualità: pag. 13 del resoconto) – con altro scelto dal Ministro ma con il quale egli afferma di non voler istituire un’interlocuzione continua, così come non aveva fatto con il prof. Petroni, limitandosi “a suggerirgli l’indicazione di operare con coscienza e competenza come membro di un collegio, affinché l’azienda funzioni”.

La conclusione del T.A.R. Lazio è lapidaria: la rimozione di Petroni “costituisce un pretesto addotto dal Ministro per capovolgere l’attuale rapporto fra maggioranza e minoranza all’interno dell’organo collegiale ed assicurare la maggioranza alla componente che, pur essendo minoritaria, è rappresentativa delle forze politiche che sostengono l’attuale compagine governativa“. Si tratta quindi di un caso di spoils system “mascherato”.

Inutile dire che il Ministro ha già preannunciato di volere interporre appello avverso la sentenza del T.A.R. Lazio, tenuto conto del fatto che il Consiglio di Stato in precedenza aveva annullato la ordinanza cautelare dello stesso T.A.R. Non si è tuttavia considerato che, come risulta dal testo dell’ordinanza di Palazzo Spada (pubblicata in questa Rivista), l’annullamento dell’ordinanza cautelare del T.A.R. era stato disposto per mancanza di danno grave ed irreparabile, non già per carenza del prescritto fumus.

Non si sa ovviamente come la vicenda si concluderà, nè si intendono formulare previsioni al riguardo, per un doveroso rispetto nei confronti dei Giudici di Palazzo Spada: tuttavia un forte paluso va fin d’ora fatto al coraggio dimostrato dal T.A.R. Lazio nell’aver pronunciato un deciso “no” nei confronti di un sistema di spoils system “mascherato” di un Ministro molto “preminente” ma anche un poco… “Speciale”. Un “no” che si affianca a quello altrettanto coraggiosamente pronunciato dalla Corte costituzionale, dopo un certo periodo di travaglio, nei confronti dello spoils system “palese” adottato dal legislatore ordinario.

Ci si deve infatti rendere conto che il sistema bipolare non comporta affatto che tutte le cariche istituzionali (dal Presidente della Repubblica in giù) e tutti i posti di rilievo pubblico (dai dirigenti generali e dagli amministratori degli enti pubblici in giù) spettino ai “vincitori”. Altrimenti il nostro sia pur scombiccherato ordinamento diventa inesorabilmente un regime.

Giovanni Virga, 18 novembre 2007.

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Category: Amministrazione pubblica

Commenti (2)

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  1. luigi oliveri ha detto:

    Le scelte del Ministro Padoa Schioppa, pienamente sindacabili, come dimostra la sentenza del Tar Lazio, rappresentano la faccia realmente deteriore del modo col quale si vorrebbe impostare il rapporto “di fiducia” tra organi di governo e soggetti preposti alla gestione.
    Gli strenui difensori delle riforme Bassanini e dello spoil system si illudono che il presunto diritto della coalizione al governo di gestire le cariche amministrative di vertice mediante sistemi “flessibili”, comporti efficienza ed avvicini la gestione della cosa pubblica a quella aziendale.
    Il caso Petroni è la clamorosa smentita. La revoca del suo incarico, al di là della valutazione di stretta legittimità ancora sospesa per il probabile ricorso al Consiglio di stato, è nel merito la prova che gli organi di governo sono portati ad esercitare il potere di incaricare i vertici amministrativi per ragioni esclusivamente politiche. Che con l’efficienza, la managerialità, la capacità di conseguire gli obiettivi (non si parli, per carità, di buon andamento ed imparzialità per non essere tacciati di conservatorismo borbonico…), non hanno – palesemente – proprio nulla a che vedere.
    Il consigliere Petroni era l’unico revocabile. Poichè la sua carica nel consiglio di amministrazione Rai faceva pendere l’ago della bilancia verso i rappresentanti dell’attuale minoranza, doveva essere revocato. Punto. Prescindendo del tutto da considerazioni quali le sue capacità, oppure il compimento di attività contraddittorie con indicazioni del Ministro.
    In effetti, lo spoil system è visto, dal più alto Ministro della Repubblica, all’Assessore del più piccolo comune, come l’occasione per costituire una rete di soggetti consonanti con le idee politiche (quando non espressamente riconoscibili come funzionari di partito), all’interno delle cariche, sia elettive, sia – questa è la cosa che confligge con la Costituzione – amministrative.
    Il problema delle disfunzioni nel consiglio di ammninistrazione della Rai è stato considerato risolvibile solo con la modifica dell’assetto “politico” al suo interno. Così riconoscendo apertamente la matrice totalmente politica (e pochissimo manageriale) dei compiti ivi svolti. Il che avrebbe dovuto portare a concludere che non è la sola modifica dell’assetto interno a poter efficacemente risolvere lo “stallo” gestionale, ma molto più probabilmente, una rinuncia ad una matrice politica così stretta ed evidente. Che porta allo stallo, non per l’inefficienza di scelte operative gestionali, ma per valutazioni solo politiche.
    La visione distorta del rapporto tra funzione di governe ed amministrativa che trasuda dalla vicenda è ulteriormente confermata da altri due fattori. Il fattore “fiducia” è il primo e il più evidente. La revoca del consigliere Petroni e le motivazioni addotte dal Ministro, sono la dimostrazione che la fiducia (in un Paese diverso dall’Impero Romano, dai Regni dell’assolutismo, dai regimi totalitari) non può e non deve essere il parametro per preporre alla gestione amministrativa della cosa pubblica. Il consigliere Petroni è stato rimosso, nonostante persona degna di fiducia e priva di responsabilità gestionali a suo carico, perchè, evidentemente, citando Orwell tutti sono degni di fiducia, ma alcuni sono più degni degli altri. Ma, laddove i parametri per meritare la fiducia non siano chiari o restino “in mens dei”, i principi generali dell’azione di governo (imparzialità, perseguimento dell’interesse collettivo, efficienza, efficacia) sono necessariamente conculcati.
    I cittadini, che poi ricevono le prestazioni ed i servizi svolti dall’apparato amministrativo diretto da uomini “di fiducia” non hanno, così, nemmeno il diritto di sapere che chi è preposto a queste funzioni eccella per competenza e capacità. Debbono fidarsi della fiducia riposta in loro da altri. E sperare che tali fiduciari non gestiscano con le stesse logiche di chi li nomina: privilegiare gli appartenenti a quello schieramento.
    L’altro aspetto che lascia realmente di stucco è la constatazione del Ministro, il quale nelle sue esternazioni in merito alla vicenda ha “escluso di aver mai avuto rapporti con lo stesso nel corso del mandato e di avergli mai dato istruzioni, alle quali il ricorrente si sarebbe sottratto”. Si tratta di un’affermazione inquietante, che lascia comprendere come non solo lo spoil system, ma lo stesso sistema di relazioni tra organi di governo e dirigenza i primi vorrebbero si delineasse: una semplice cinghia di trasmissione. Il dirigente, il consigliere di amministrazione, il direttore generale, insomma, dovrebbe solo “eseguire le istruzioni”. L’autonomia nel perseguimento degli obiettivi gestionali? Evidentemente non conta.
    Pertanto, è degno di fiducia chi esegue, acriticamente. Chi gestisce, interpretando, oltre che eseguendo, le istruzioni, sembra, allora, non sia degno di fiducia.
    La scelta definitiva, ormai, si impone. O chiudere per sempre con l’esperienza a vario titolo e con mille esempi da considerare negativa dello spoil system all’italiana. Oppure, modificare la Costituzione. E sperare che la fiducia “sia una cosa seria” per davvero.

  2. Luca Capilupi ha detto:

    Egregio Professore,
    dopo diversi articoli sull’argomento, ritengo questo suo ultimo il più incisivo e deciso per le considerazioni espresse e le posizioni assunte. Peccato che il Ministo Nicolais ed il Governo non si rendano conto, al pari del Minstro Frattini a suo tempo, dell’esasperazione e del danno che l’intrapresa politicizzazione della P.A. ha arrecato al nostro Paese. Speriamo in meglio.
    Conto, quanto prima, di trasmetterle un mio breve articolo a commento dell’ipotesi di riforma della dirigenza del Governo e stia ben certo che sarà, se possibile, ancora più deciso del suo pregiatissimo in commento.
    La saluto cordialmente.
    Roma 18.11.2007
    Avv. Prof. Luca Capilupi

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