L’editoria giuridica tra presente e futuro

di | 25 settembre 2010 | Leggi

(sintesi della relazione al convegno su “Banche dati e strumenti di informazione giuridica”, del 24 settembre 2010, organizzato dall’Università di Palermo, Polo universitario di Trapani).

Tutto il mondo dell’editoria ed in particolare anche quello dell’editoria giuridica sta attraversando un periodo di transizione e si trova attualmente, per così dire, a metà del guado.

Il modello tradizionale, basato sulla carta stampata, ormai vistosamente arranca, incalzato da internet e – per ciò che concerne i libri di testo universitari – dalle copisterie che offrono, ad una frazione del prezzo di copertina, dei testi “usa e getta”.

In generale ormai si riscontra una certa disaffezione del pubblico nei confronti della carta stampata. Basti pensare che, come ho avuto modo di apprendere dal direttore editoriale di una delle più note case giuridiche, mentre sino a cinque anni fa per ogni nuova edizione di un codice la tiratura era pari a 5-6000 copie, oggi la tiratura dello stesso codice è stata più che dimezzata (non oltrepassa le 2.000 copie), mentre ormai il fatturato delle banche dati (sia on line, che su DVD) sopravanza quello dei libri di testo universitari. Inoltre i libri e le riviste cartacee occupano spazio e questo spazio, non solo nelle abitazioni ma anche negli uffici professionali moderni, scarseggia ed impone spesso dolorosi sacrifici (quali quello dell’eliminazione di vecchi numeri di riviste, magari prestigiose e perfettamente rilegate, per far spazio ai nuovi numeri).

D’altra parte, il nuovo modello dell’editoria elettronica ancora non si afferma, sia per la resistenza delle case editrici tradizionali (le quali temono che nel campo dell’editoria si ripeta quanto già avvenuto alle case discografiche dopo l’avvento dei file mp3), sia per la resistenza del pubblico a pagare per un testo elettronico che spesso è percepito come un semplice file, e cioè come qualcosa che deve essere offerto gratuitamente (dato che per produrre esso non è necessario affrontare i tradizionali costi relativi alla stampa, rilegatura e distribuzione necessari per i libri cartacei).

Inoltre sono ancora poco diffusi gli strumenti che consentono di sostituire i tradizionali libri, nè è ancora stato definito uno standard unico per la produzione di ebook (ad es., mentre l’Ipad della Apple, per gli ebook, usa il formato epub, il Kindle – e cioè uno dei più noti ebook reader – utilizza usa il formato .prc – mobi, che è illeggibile con l’Ipad).

Anche gli strumenti di lettura dei libri sembrano ancora non del tutto definiti: mentre infatti il già menzionato Ipad della Apple sembra più uno strumento “internet oriented”, dato che consente di navigare e consultare testi presenti sul web con una certa facilità, lo stesso è alquanto carente sotto il profilo della sostituzione dei libri cartacei con quelli elettronici, atteso che lo schermo LCD retroilluminato di cui è dotato stanca presto la vista e non si presta ad essere letto all’esterno; di contro gli ebook reader (tipo Kindle della Amazon) che utilizzano la tecnologia e-ink (con schermi non retroilluminati a basso consumo di energia, per adesso solo in bianco e nero), mentre sono eccellenti per la lettura a lungo di testi, per la loro lentezza e per la carenza sotto il profilo grafico sono insoddisfacenti per la navigazione su internet e per la consultazione delle banche dati on line.

Negli ultimi tempi è stato preannunciato l’arrivo di nuovi contendenti: v. per tutti da ult. il Galaxy della Samsung, che sarà commercializzato ad ottobre.

Tuttavia ritengo che, nel giro di qualche anno, superate le difficoltà tecniche che debbono ancora essere risolte (magari con la creazione di schermi non retroilluminati ma a colori a basso consumo di energia e che supportano una grafica evoluta; i primi prototipi sono già visionabili su You Tube: v. ad es. la presentazione dello schemo Mirasol della Qualcomm) e la definizione di uno standard comune (anche per la protezione dei testi, con la creazione di standard per le cd. DRM e cioè per i dispositivi che non consentono o comunque limitano la riproduzione), con una convergenza quindi tra tablet pc ed e-book reader in un unico device, i libri, anche universitari, saranno prevalentemente – se non esclusivamente – consultabili tramite e-book reader.

I vantaggi dei testi elettronici sono numerosi: ad es. i testi sono facilmente ed immediatamente aggiornabili, possono essere corredati da dizionari specialistici contestuali, che consentono anche ai neofiti di comprendere il significato dei termini tecnici impiegati, i testi saranno leggibili anche mediante voce sintetica (c.d. funzione “text to speech”, già presente – sia pure in versione inglese – nel Kindle ed in altri e-book reader) consentendo la lettura dei libri anche ai non vedenti, i caratteri sono ridimensionabili a piacere e le parole chiave possono essere immediatamente trovate mediante apposita funzione di ricerca.

Inoltre, gli e-book reader hanno un vantaggio di non poco conto, che li rende a mio avviso insuperabili: possono contenere un’intera biblioteca in uno strumento che nella versione con schermo di 6 pollici può essere infilato nella tasca di una comune giacca maschile (basti pensare che il Kindle, nella versione 3, che ha una memoria di “appena” 4 giga, può contenere oltre tremila libri, mentre l’Ipad, con la versione “intermedia” di 32 giga ne può contenere oltre trentamila), risolvendo i problemi di spazio, oltre i costi, anche di manutenzione, che comporta una biblioteca tradizionale ben fornita.

L’eliminazione dei tradizionali costi della stampa, rilegatura, distribuzione e magazzino dovrebbe inoltre comportare una sensibile riduzione dei costi di vendita.

Tuttavia il maggiore problema che affligge l’editoria elettronica non è dato dal costo degli ebook reader (che, specie negli ultimi tempi, si è ridotto grandemente: ad esempio, il Kindle, che originariamente – versione 1 – costava 489 dollari e che nella versione 2 costava circa 300 dollari, oggi costa – nella versione 3 wireless recentemente disponibile – 139 dollari) o dalla definizione di uno standard comune, ma dalla scarsa diffusione di testi, specie di quelli universitari.

Mentre negli Stati Uniti la Amazon offre oltre 400.000 libri in formato e-book, ben scarsa è l’offerta di testi da parte delle casi editrici italiane. Addirittura nulla è in atto l’offerta di libri giuridici in formato elettronico, anche se qualcosa si sta muovendo: ad es. recentemente la più grande casa editrice di libri giuridici italiana e cioè la Giuffrè editore, ha chiesto a tutti gli autori che hanno già pubblicato con essa libri in formato cartaceo, l’autorizzazione a riprodurli in formato elettronico; tale formato rende inoltre possibile il c.d. “print on demand” e cioè la ristampa con piccole tirature di testi che ormai sono fuori commercio. Quindi il momento in cui anche gli studenti universitari potranno studiare mediante ebook reader sembra ormai essere non molto lontano.

Segnalo in particolare che la rivista LexItalia.it, ha recentemente attivato una sezione che offre gratuitamente alcuni ebook giuridici, nei formati più comuni (Adobe Acrobat, e-pub, prc – mobi); in particolare è prelevabile gratuitamente il testo del manuale di mio padre Pietro “Diritto costituzionale”, il quale – pur non potendo sostituire i libri di testo in atto adottati per tale materia (dato che non è aggiornato) – può costituire un ausilio per lo studio e l’approfondimento della materia, per i profili istituzionali che rimangono ancor oggi validissimi ed attuali.

Dopo questa lunga premessa che riguarda il futuro (non molto lontano, ma ormai prossimo) degli e-book, è necessario volgere lo sguardo al presente (e cioè alle riviste ed alle banche dati che sono già disponibili sul web e che costituiscono un ausilio non indifferente per l’approfondimento e lo studio di materie giuridiche).

Posso al riguardo far cenno alla mia personale esperienza, dato che del web giuridico mi occupo da circa 14 anni (e precisamente dal dicembre 1996, quando iniziarono le pubblicazioni della rivista di diritto pubblico Giust.it – Giustizia amministrativa). Non intendo illustrare dettagliatamente tale esperienza, dato che rischierei di annoiare l’auditorio.

Posso dire soltanto che, dopo una prima fase in cui sul web, anche giuridico, era tutto gratis, è subentrata una fase in cui ci si è resi conto che – per i costi e l’impegno che richiedeva – non è possibile offrire gratuitamente un servizio specializzato e di alta qualità in settori di nicchia.

Mi resi conto di ciò quando, dopo i primi tre anni e mezzo di rivista, offerta del tutto gratuitamente e con costi non indifferenti (allora non esisteva o comunque non era diffuso il servizio ADSL e ci si collegava con il modem, con costi esorbitanti per via degli scatti telefonici e le sentenze non erano disponibili ancora in formato digitale, ma dovevano essere richieste in copia presso le segreterie dei TAR e del Consiglio di Stato e copiate manualmente con l’ausilio di qualche dattilografa), decisi – seguendo i suggerimenti dei miei familiari, soprattutto di mio padre, che mi invitava a non perdere tempo e soldi con internet – di sospendere le pubblicazioni della rivista, con apposito comunicato.

Fu in quel preciso momento che mi resi conto di quello che avevo creato. Poichè infatti la rivista aveva avuto un certo successo tra gli addetti ai lavori, mi telefonarono nel giro di poco tempo le quattro più grosse case editrici nazionali offrendomi di fungere da case editrice della rivista, la quale tuttavia non sarebbe stata più offerta (come prima) gratuitamente.

Purtroppo decisi di scegliere il Poligrafico dello Stato perché, per mia formazione, un ente pubblico era meglio in grado di promuovere una rivista che si occupa di diritto pubblico. Le successive vicende sono note ai più.

Ho rievocato brevemente la mia esperienza per dire che ben presto si delinearono nel web due modelli differenti: a) un modello di rivista giuridica specialistica, “di nicchia”, che viene offerta a pagamento con la sottoscrizione di un abbonamento annuale e che nella prima fase tuttavia, conteneva, a titolo promozionale anche documenti ad accesso libero; b) un modello invece di rivista giuridica generalista (tipo diritto.it od altalex.it), chiamata “portale” che, rivolgendosi ad una platea più vasta, copre i costi con la pubblicità e servizi collaterali. Anche io, in un primo tempo, creai un portale, poco dopo che aveva creato la rivista Giust.it (si chiamava “cercadiritto.com”), che tuttavia dopo qualche anno abbandonai, non potendo affrontare l’impegno ulteriore che esso comportava.

E’ bene dire subito che anche le riviste giuridiche c.d. “free” non sono del tutto gratuitamente consultabili, dato che i loro curatori – essendosi probabilmente resi conto che la pubblicità non è da sola in grado di coprire i costi ed a remunerare il lavoro che continuamente richiedono – hanno in modo sempre più accentuato creato dei servizi c.d. “premium” riservati a coloro che sottoscrivono un abbonamento, utilizzando il traffico generato dal portale libero per cercare di acquisire abbonati.

E’ probabilmente lo stesso fenomeno che si verificherà, prima o dopo, nel campo dei siti dedicati all’informazione generalista, dato che ci si sta rendendo conto (v. al riguardo le dichiarazioni di Rupert Murdoch) che i costi del portale non possono essere coperti solo con la pubblicità, ma anche e soprattutto con i servizi premium, riservando alcuni articoli (specie di approfondimento) solo a coloro che sottoscrivono apposito abbonamento.

Giovanni Virga, 24 settembre 2010.

Category: Internet

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