L’agenda di Monti: dalla “spending review” alla “candidate review”

di | 29 dicembre 2012 | 3 commenti Leggi

Se la situazione economica dell’Italia non fosse tremendamente seria, quanto è successo negli ultimi tempi nel campo politico potrebbe apparire comico.

E’ sufficiente, a tal fine, fare qualche esempio: c’è un supertecnico (Monti) al di sopra delle parti che, fino a poco tempo addietro, aveva ripetutamente promesso di non volersi buttare in politica, ma di considerarsi una “riserva della Repubblica” (così ci era stato garantito anche dal nostro Presidente Napolitano).

Ebbene, lo stesso supertecnico, dopo aver utilizzato la conferenza stampa di fine anno per annunciare – sia pure in modo confuso – il suo futuro politico, affacciandosi per la prima volta in Internet tramite Twitter, ha scritto la notte di Natale (alle 23,31, per la precisione) il seguente messaggio: “Insieme abbiamo salvato l’Italia dal disastro. Ora va rinnovata la politica. Lamentarsi non serve, spendersi si. “Saliamo” in politica!”. Annunciando così, formalmente e in modo ovviamente sobrio, la sua “ascesa” in politica quale salvatore della Patria.

Dopo questo messaggio, lo stesso Monti si è riunito segretamente in un convento di suore con Casini, Fini ed altri (assente giustificato Montezzemolo, che è partito per più ameni lidi) per concordare le modalità di formazione della sua lista politica. Una lista che, come abbiamo poi appreso, sarà unica al Senato e sarà supervisionata da Bondi, prima adibito da Monti – con scarso successo però – alla c.d. “spending review” e che ora si dedicherà, per incarico sempre di Monti – non sappiamo con quale esito, atteso l’altissimo numero di coloro che sono interessati ad un posto sicuro in lista – alla “candidate review”. Tutto questo con la benedizione non solo della Merkel, del PPE e dei consueti poteri forti, ma anche del Vaticano.

Nè bisogna trascurare le giravolte degli ultimi mesi del Cavaliere Berlusconi, il quale, dopo avere sorretto il Governo Monti per oltre 12 mesi con i voti decisivi dei suoi “nominati”, prima ha ritirato la sua fiducia facendo annunciare in Parlamento ad Alfano che l’esperienza del Governo Monti era ormai da ritenersi conclusa, essendosi rivelata un disastro, poi ha offerto allo stesso Monti di assumere il ruolo di federatore del centro-destra, rivendicando anche il merito di averlo fatto invitare all’assise del PPE a Bruxelles ed infine lo ha attaccato duramente, affermando (con D’Alema: uno strano duetto) che è immorale che egli si butti in politica, dopo essere stato nominato quale tecnico.

L’unico merito delle giravolte di Monti e di Berlusconi è stato quello di aver riportato il dibattito, sia pure temporaneamente, sui programmi.

Mi riferisco non solo e non tanto alla promessa di Berlusconi di eliminare l’IMU sulla prima casa, quanto piuttosto alla c.d. agenda Monti, offerta “erga omnes” dopo l’ascensione del Professore in politica, della quale – come si è appreso poi, grazie ad uno svarione (nelle proprietà del documento .pdf diffuso non era stato cancellato il nome dell’autore del documento stesso) – non è neanche autore il Prof. Monti, ma in larga parte il Prof. Pietro Ichino, che fino a pochi giorni addietro militava nelle file del Partito Democratico di Bersani.

Com’è noto a questo punto a tutti, nell’agenda non si parla di una riduzione dell’attuale enorme tassazione (rimandata ad un futuro non molto prossimo) necessaria per fare ripartire l’economia, nè di precisi sistemi per ridurre la spesa pubblica – che assorbe ormai oltre il 52 per cento del PIL – ma di nuove tasse ed in particolare di una patrimoniale per i grandi patrimoni (senza specificare che cosa si intende per grande patrimonio) nonchè di un aumento delle imposte sui consumi (non essendo evidentemente sufficienti i già disposti incrementi dell’Iva), seguendo la filosofia, cara a molti politici, del “tassa e spendi” e di rimanere sempre generici nei programmi, per non scontentare nessuno.

Di contro nell’agenda Monti, non solo – come già rilevato da altri – non si parla minimamente del sud d’Italia, il cui sviluppo, secondo diversi autorevoli economisti, potrebbe costituire il motore della ripresa anche per la domanda interna, ma soprattutto non si fa cenno, concretamente, a precise misure per abbattere la spesa pubblica.

Le uniche generiche ricette presenti nell’agenda Monti per ridurre l’imponente debito pubblico, arrivato ormai alla iperbolica cifra di oltre 2.000 miliardi di euro, sono o impraticabili ovvero assolutamente irrazionali.

E’ impraticabile, dato che frenerebbe ulteriormente l’economia, già allo stremo, aumentando l’evasione nonchè la fuga dei capitali, la proposta di aumentare la tassazione con più o meno fantasiose ulteriori patrimoniali, come se non bastassero già l’IMU e la rivalutazione delle rendite catastali sugli immobili, l’imposta di bollo dello 0,15 per cento a partire dal 2013 sui risparmi, la Tobin tax sulle transazioni finanziarie, ovvero ancora l’aumento della ritenuta d’acconto sugli interessi e dividendi.

E’, di contro, assolutamente irrazionale la proposta di abbattere l’imponente debito pubblico con la dismissione degli immobili: pensare infatti di vendere il patrimonio immobiliare dello Stato e degli enti pubblici in questo momento di profonda depressione del mercato immobiliare, con una tassazione così alta sugli immobili, sembra proprio una follia, dato che si tradurrebbe in una svendita e farebbe in ogni caso venir meno quel poco di garanzia solida – costituita non solo dalle riserve auree, ma soprattutto dagli immobili – che rassicura i mercati ed impedisce, anche grazie alle immissioni di liquidità della BCE nonchè ai risparmi degli italiani, che coprono tutto il debito pubblico, una violenta risalita del famigerato “spread”.

Così come è in atto strutturato, il bilancio italiano ed in particolare il servizio sanitario regionale (come paventato dallo stesso Monti qualche mese addietro) rischia il tracollo ed assomiglia ad una padella piena di buchi, nella quale, per quanta acqua si possa immettere, va immediatamente persa in mille rivoli.

Ciò nonostante, si continua a spendere allegramente, senza alcuna seria discussione. Un esempio recente? Con decreto-legge pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 28 dicembre u.s., sono state rifinanziate le innumerevoli missioni militari all’estero e vari progetti (cari al Ministro Riccardi) di cooperazione internazionale – alias contributi ad altri Paesi. Per una spesa complessiva – per soli 9 mesi – di circa un miliardo di euro.

Come se non bastasse ciò, l’art. 1 della recente legge di stabilità 2013, prevede al comma 170, quanto segue: “È autorizzata la spesa di 295 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2013 al 2022 per finanziare il contributo italiano alla ricostituzione delle risorse dei Fondi multilaterali di sviluppo e del Fondo globale per l’ambiente“. Tra tali fondi, come si apprende dal successivo comma 171, lettera f), c’è addirittura il “Fondo speciale per lo sviluppo della Banca per lo sviluppo dei Caraibi” (sic!), finanziato per complessivi euro 4.753.000. Peccato che a noi poveri contribuenti non ci aiuti nessuno e ci chiedano anzi di fare da soli i compiti a casa.

Nell’agenda Monti si continua inoltre a predicare l’ineluttabilità della ricetta Merkel per rimanere in Europa, la cui bontà è stata messa in dubbio perfino da alcuni giornali tedeschi, i quali si sono resi conto che prima o dopo, per la forte contrazione della domanda europea, la crisi farà capolino anche dalle loro parti, nonostante le loro forti esportazioni verso i mercati extra-europei.

Nell’agenda Monti non si parla inoltre minimamente del problema posto dalle attuali regole applicate in maniera irrazionale dall’Europa ed in particolare dal principio secondo cui, perfino per il c.d. Fondo Salva Stati, l’Italia deve contribuire non già in misura pari alla sua esposizione nei confronti degli Stati deboli (come la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna), ma nella misura ordinaria (e cioè in proporzione al proprio PIL). E così oltre la metà di quanto ricavato dal saldo IMU andrà ad alimentare il Fondo Salva Stati, il quale, paradossalmente, in base alle norme che lo regolano, in attesa di una richiesta – finora non arrivata – di aiuti, deve investire i fondi in titoli a tripla A (e cioè di Germania ed Olanda), in tal modo aiutando gli Stati economicamente più forti.

L’assurdità delle regole europee è simile a quella delle metodologie utilizzate dalla medicina medioevale, la quale sosteneva che, nel caso di grave malattia, occorre apporre delle sanguisughe al paziente nella convinzione che la perdita del sangue “marcio” sarebbe stata rimpiazzata dal sangue “sano” prodotto dall’organismo; in realtà tale metodologia finiva per accelerare l’esito infausto della malattia.

Spiego meglio con un ulteriore esempio. Immaginiamo che ci siano nello stesso ospedale quattro malati: un paio di essi (che si chiamano Grecia e Portogallo) messi veramente male, gli altri due (chiamati Spagna ed Italia) messi malino. Come qualifichereste un dottore che, per aiutare i primi due, anziché prelevare il sangue da soggetti sani, preleva il sangue anche agli altri due messi malino, accelerando il decorso maligno della loro malattia? Un incompetente, a dir poco.

Così come i malati non si possono curare prelevando loro del sangue, ma semmai immettendone di nuovo proveniente da soggetti sani, così l’Europa – l’Europa solidale e non egoistica che vorremmo e che in atto non c’è – non può aspettarsi che i suoi malati autoguariscano con cure da cavallo che finiscono, prelevando loro risorse preziose che ptrebbero essere destinate allo sviluppo, per definitivamente affossarli.

Sta di fatto che quest’Europa, tanto cara a Monti, si rivela nei fatti ben arroccata, al limite dell’autolesionismo, e molto diversa da quanto dimostrarono di essere nel dopo guerra gli Stati Uniti d’America che – in maniera lungimirante, pur non facendo parte dello stesso continente e di una organizzazione che si chiama Unione – con il loro Piano Marshall risollevarono le sorti non solo del nostro Paese ma anche della Germania. Una lezione questa che i tedeschi sembrano ormai avere dimenticato.

Solo riducendo drasticamente, con misure concrete e senza generici annunci, l’enorme spesa pubblica improduttiva e ridiscutendo le norme che prevedono la nostra contribuzione in campo europeo, per ciò che concerne il Fondo Salva Stati, nonchè rimandando di qualche anno – per superare la profonda crisi – il giogo accettato supinamente del c.d. “Fiscal compact” impostoci dall’Europa, per il nostro Paese ci sarà salvezza.

Mi sembra invece utopistica ed irrealizzabile la proposta, avanzata da Tremonti, di “ricomprarci”, in uno slancio patriottico e volontario, il 45 per cento del debito pubblico italiano attualmente in mano agli stranieri, analogamente a quanto è avvenuto in Giappone. Gli italiani hanno già sperimentato che, quando hanno aderito entusiasticamente all’appello di “dare oro alla Patria”, hanno poi avuto grosse delusioni.

In ogni caso, anche se aderissimo all’appello patriottico di Tremonti, nulla impedirebbe al debito pubblico di salire ulteriormente, così come avvenuto nell’ultimo anno nel quale, nonostante l’aumento delle entrate, dovuto all’inasprimento della tassazione, il debito pubblico è aumentato di oltre 80 miliardi.

Occorre invece – lo dico a malincuore, dato che credo nel sistema pubblico e nell’Europa – ridurre drasticamente la spesa pubblica improduttiva e ridiscutere diverse regole in sede europea, senza timori reverenziali. Ma occorrerebbe anche sfrondare la farraginosa legislazione pubblicistica, statificatasi nel tempo e resa incerta attraverso continue interpolazioni, liberando le attività economiche da tanti lacci e laccioli che scoraggiano molti investimenti, anche stranieri.

Occorrerebbe pure rivedere i meccanismi di protezione sociale, i quali – mi riferisco in particolare alla c.d. cassa integrazione straordinaria – finiscono per ingessare inutilmente l’economia, perpetuando l’esistenza di attività economiche senza prospettive, alimentando il lavoro nero e sottraendo risorse ad altre forme di protezione sociale – come una indennità di disoccupazione a termine e condizionata alla prova di aver ricercato una nuova occupazione – che finirebbero per rendere più dinamico il mercato del lavoro.

Mi auguro che di tutto questo (piuttosto che delle salite o discese di nuovi personaggi o di formazioni politiche, che si presentano peraltro con programmi generici, per non scontentare nessuno) si parli in campagna elettorale, dato che nelle ormai prossime elezioni non sarà in gioco il futuro più o meno effimero di qualche politico o di qualche tecnico, ma quello, ben più importante, del nostro Paese.

Giovanni Virga, 29 dicembre 2012.

Category: Imposte e tasse

Commenti (3)

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  1. Massimo Perin ha detto:

    Le osservazioni del Prof. Virga riprendono, purtroppo, il solito tema della spesa pubblica improduttiva, dove tutti (i politici di ogni schieramento) vogliono tagliare, ma nei fatti si taglia ben poco, specialmente se la spesa pubblica mira a uno scopo politico-elettoralistico. Eppure, qualcosa si potrebbe fare partendo dalla trasparenza: ogni provvedimento di spesa dovrebbe essere pubblicato in chiaro sul sito dell’amministrazione interessata, così come dovrebbe essere pubblicato in chiaro l’esito di quella spesa. Questo aumenterebbe la possibilità del controllo della spesa pubblica sia da parte dei cittadini, sia da parte delle Istituzioni di controllo interne ed esterne. Tranne le amministrazioni virtuose (non credo siano tantissime), la maggior parte delle amministrazioni (in particolare le società partecipate pubbliche) ben si guardano dal fornire imformazioni a questo proposito.
    A questo poi aggiungiamo una legislazione alquanto benevola nei confronti tanto di chi si appropria del pubblico denaro, quanto degli autori dello spreco, tutti questi buoni propositi resteranno inattuabili.
    Inoltre, sarebbe necessario porre un limite massimo di retribuzione ai vari livelli politici, con particolare riferimento alle società pubbliche, il quale una volta superato dovrebbe operare per legge l’obbligo di restituzione e la responsabilità erariale.
    Sarebbe anche utile che coloro che sono stati condannati per danni erariali rilevanti non possano assumere nuovamente ruoli di spesa nell’amministrazione, ma questo in Italia è chiedere troppo!

    • Giovanni Virga ha detto:

      Ringrazio, sia pure in ritardo, il Cons. Perin per il suo prezioso intervento, che condivido “in toto”.

      Mi permetto di aggiungere solo che, oltre a “porre un limite massimo di retribuzione ai vari livelli politici, con particolare riferimento alle società pubbliche”, come Lui propone, occorrerebbe anche porre un limite massimo alle pensioni pubbliche (tipo 5.000 euro al mese e non oltre, più che sufficienti per vivere bene).

      Va infatti considerato che le pensioni del settore pubblico in essere – nella totalità dei casi – essendo state calcolate non già con il sistema contributivo ma con quello retributivo (e cioè considerando, quale parametro di riferimento, la retribuzione degli ultimi anni di servizio e non l’intero ammontare dei contributi versati) finiscono per costituire una vergognosa “rendita di Stato” a scapito non solo di coloro che hanno la pensione sociale ma anche delle nuove generazioni che, mediante i loro contributi, debbono continuare a pagare vita natural durante le rendite di Stato, col rischio, quando sarà il loro turno, di vedersi negare la pensione o riconoscere una pensione minima, non proporzionata ai contributi versati.

      Ma vi vedete fare ciò ad un Monti che, come i suoi compagni di ventura (come ad es. Amato, possibile prossimo Presidente della Repubblica o Bersani, quasi sicuro Presidente del Consiglio), ha una pensione (che nel suo caso va pure cumulata con l’indennità prevista per i senatori a vita) che consentirà di vivere nel lusso anche alle relative progenie (senza tema che i loro acquisti siano ritenuti da Befera and co. non congrui)?

      Di tutto questo e non di schieramenti più o meno mobili, volti solo ad acquisire od a conservare posizioni di potere, dovrebbe parlarsi in un Paese serio. Non lo dico solo io, ma, molto più autorevolmente di me, Ernesto Galli della Loggia nell’articolo di fondo pubblicato nel Corriere della Sera di oggi, intitolato: “Problemi concreti, domande scomode“.

  2. Nicola NIGLIO ha detto:

    Condivido entrambe le tesi del professore Virga e del Consigliere Perin ma ritengo che senza un cambiamento radicale della classe politica ma soprattutto della sua visione dello Stato e delle Istituzioni non sarà possibile il salto di qualità che tutti oggi ci auguriamo per risolvere le molteplici questioni che oggi attanagliano il nostro Paese.

    In una recente intervista il Presidente Carlo Azeglio Ciampi raccontava che dopo la fine della seconda guerra mondiale, egli ritornando alla sua città di nascita, Livorno, che era distrutta al 70%, condivise con le persone che appartenevano alla sua generazione la grande voglia, forza, passione e speranza di ricostruire un Paese. Quella generazione era convinta che ogni giorno che passava avrebbe fatto un passo in avanti verso la ricostruzione. Quella generazione, costituita anche dai Padri fondatori della Costituzione, fu in grado di ricostruire un intero Paese, anche moralmente. Nel corso dell’intervista Egli, con profondo rammarico, ha confessato la propria delusione che oggi l’Italia non era il Paese che sognava da giovane perché poteva essere un Paese migliore.

    Il motivo di tale delusione è che oggi è molto debole il rispetto della dignità umana e delle Istituzioni. La forza della Società si dovrebbe reggere soprattutto sul rispetto della dignità umana e delle Istituzioni. Senza il culto delle Istituzioni, interpretarle, rispettarle ed accrescerne la dignità non è possibile parlare di un Paese migliore. Nel corso dell’intervista Egli ha ripetuto più volte e con insistenza questi concetti: il rispetto della dignità umana e delle Istituzioni.

    Queste tesi dovrebbero essere inserite al primo punto delle Agende politiche delle forze politiche oggi sul campo. Purtroppo sentire che nel Lazio le autoambulanze non sono in grado di prestare soccorso ai malati perché le strutture ospedaliere non son in grado di accoglierli e curarli con urgenza, per il sottoscritto che, peraltro, da più di cinque anni ha ricoperto e sta ricoprendo incarichi di vertice presso la Croce Rossa Italiana, significa non essere riuscito a dare quel forte contributo diretto ad attuare quel rispetto della dignità umana e delle Istituzione su cui si dovrebbe reggere una democrazia moderna.

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