La potente lobby dei giochi d’azzardo

di | 9 settembre 2013 | 2 commenti Leggi

Che il nostro Paese sia fortemente condizionato da varie lobbies, più o meno note, è un fatto ormai acclarato. E’ sufficiente evocare a tal fine le parole di Arpisella, portavoce della Marcegaglia, ai tempi in cui quest’ultima era Presidente di Confindustria, il quale, in una nota conversazione telefonica con il giornalista Porro (riportata anche in questo weblog), parlava di un “cerchio sovrastrutturale” che influisce in modo determinante sulle nostre istituzioni.

In realtà di “cerchi sovrastrutturali” in Italia ne esistono diversi. Lo stesso Governo Letta ha finito per ammetterlo. Per limitare il fenomeno e comunque per renderlo più trasparente, infatti, l’attuale Governo, un paio di mesi addietro, predispose uno schema di disegno di legge – per la verità molto blando – sulla “Disciplina dell’attività di rappresentanza di interessi particolari e ulteriori norme sulla trasparenza dei processi decisionali pubblici” (pubblicato in questa rivista). Tale bozza è stata esaminata nel corso del Consiglio dei Ministri del 5 luglio 2013, ma non è stata approvata, essendo stata rinviata ad altra seduta per non meglio indicati “approfondimenti tecnici”. Da allora se ne sono perse le tracce.

Solitamente, gli amanti della dietrologia citano quale esempio tipico del “cerchio sovrastrutturale” sovrannazionale (insomma, una specie di lobby delle lobbies), il Gruppo Bilderberg (v. l’apposita voce di Wikipedia), costituito da gruppo, non ufficiale, di circa 130 partecipanti, la maggior parte dei quali sono personalità influenti in campo economico, politico e bancario che trattano, nel corso di una riunione annuale alla quale non vengono di regola ammessi i giornalisti (tranne la Lilly Gruber, che tuttavia non hai detto cosa ha sentito durante le recenti riunioni), una grande varietà di temi globali, economici, militari e politici.

Non so se è vero che esso costituisca una superlobby; so solo quel che leggo sui quotidiani (v. da ult. un articolo pubblicato ne “La Repubblica”) e cioè che di esso fanno parte personaggi italiani molto influenti (da Romano Prodi a John Elkann, da Mario Draghi a Giulio Tremonti, da Alfredo Ambrosetti a Domenico Siniscalco, da Rodolfo De Benedetti a Fulvio Conti e Corrado Passera), che del suo comitato direttivo faceva parte l’ex premier Mario Monti e che, ben prima di diventare Primo ministro in Italia, nel Gruppo Bilderberg è stato cooptato anche l’attuale premier Enrico Letta.

Lascio agli amanti della dietrologia giudicare se esso costituisca una specie di superlobby, come da taluni sostenuto. Preferisco invece dedicarmi molto più modestamente alle lobby nazionali, per le quali è più facile trovare prove dell’intervento in sede legislativa.

In particolare una lobby molto potente, ma di cui raramente si parla, è quella dei giochi di azzardo, la quale, com’è noto, gestisce annualmente una somma imponente (oltre 80 miliardi di euro nel 2011, divenuti poi 88-94 miliardi nel 2012, costituenti circa il 5 per cento del Prodotto Interno Lordo nazionale: il 56,3 per cento del fatturato totale è stato raccolto da slot machine e video-lotterie, il 12,7 per cento dai Gratta e Vinci, l’8,5 dal Lotto, il 4,9 dalle scommesse sportive, il 3 per cento dal Superenalotto, e il rimanente da bingo e scommesse ippiche) e che ha alimentato preoccupanti fenomeni sociali (quali quello della ludopatia: secondo una ricerca Eurispes, circa 700 mila italiani sono dipendenti dal gioco d’azzardo).

Della lobby in questione se ne era parlato qualche anno addietro, perché in qualche articolo pubblicato nel 2012 (per maggiori notizie v. un articolo pubblicato nel “Il Post” intitolato “Il paese del gioco d’azzardo”; ma v. anche l’articolo pubblicato su “L’Unità” intitolato “Gioco d’azzardo: paradossi italiani. Tutti guadagnano tranne lo Stato.”), qualcuno aveva notato il singolare fenomeno in base al quale, mentre l’economia italiana viene “massacrata” dalle tasse, l’aliquota media delle imposte sulle entrate del gioco è stata inferiore all’11 per cento nel 2011, una cifra molto più bassa rispetto all’IVA del 21 per cento che si paga normalmente sui beni di consumo.

Con gli stessi articoli si faceva notare che l’Italia, nel 2012, sarà il secondo Paese al mondo per diffusione del gioco d’azzardo, con un volume d’affari che si assesterà fra gli 88 e i 94 miliardi di euro contro gli 80 del 2011. Eppure l’Erario incasserà circa il 10% in meno da giochi e dalle lotterie rispetto all’anno precedente.

Questo perché, secondo un esperto, «i giochi introdotti negli ultimi anni hanno una tassazione inferiore rispetto ai precedenti, a vantaggio del pay out per i giocatori e dell’industria del gioco». Se infatti dei proventi del Superenalotto l’Erario incassa il 44,7%, dai ben più «moderni» Poker Cash e casinò on line lo Stato italiano incassa in tasse soltanto lo 0,6%. Di guisa che, come già detto, l’aliquota media è stata inferiore all’11 per cento nel 2011 ed è stata ancora minore nel 2012.

Già questo primo dato costituisce una prova della potenza della lobby dei giochi d’azzardo. In un momento di profonda crisi economica, nel quale ancora non si sa se l’aliquota IVA, da ottobre, sarà elevata al 22%, e perfino i redditi da capitale sono gravati da una imposizione del 20%, che diventa ancor maggiore ove si consideri l’elevazione dei bolli sui conti titoli e la c.d. Tobin tax sulle transazioni finanziarie, pagare una aliquota del 10-11% per un fenomeno che, tenuto conto dei suoi risvolti sociali negativi, sarebbe da scoraggiare, è un risultato che prova la potenza della lobby in questione e che depaupera irragionevolmente l’erario pubblico.

Della lobby dei giochi si è tornato a parlare negli ultimi tempi, in due occasioni.

Innanzitutto perchè nel recente decreto legge 31 agosto 2013, n. 102 sull’abolizione dell’IMU 2013 è stata introdotta una norma (l’art. 14, intitolato “Definizione agevolata in appello dei giudizi di responsabilità amministrativo-contabile”) la quale prevede una riapertura dei termini per il c.d. condono erariale previsto originariamente dalla legge 23 dicembre 2005, n. 266.

Dispone infatti il 1° comma del richiamato articolo che: “In considerazione della particolare opportunità di addivenire in tempi rapidi all’effettiva riparazione dei danni erariali accertati con sentenza di primo grado, le disposizioni di cui all’articolo 1, commi da 231 a 233, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, e successive modificazioni, si applicano anche nei giudizi su fatti avvenuti anche solo in parte anteriormente alla data di entrata in vigore della predetta legge, indipendentemente dalla data dell’evento dannoso nonché a quelli inerenti danni erariali verificatisi entro la data di entrata in vigore del presente decreto, a condizione che la richiesta di definizione sia presentata conformemente a quanto disposto nel comma 2”.

Dirà qualcuno: che cosa c’entra la riapertura del condono amministrativo con la lobby dei giochi d’azzardo? Il fatto è che tale riapertura dei termini è stata prevista proprio per detta lobby, al fine di consentire ad essa di chiedere un condono a seguito della sentenza della Corte dei Conti, Sez. Giur. della Regione Lazio, 17 febbraio 2012 n. 214 (pubblicata in questa rivista), che ha condannato le società che gestiscono i giochi d’azzardo per responsabilità erariale al pagamento della somma di oltre 2 miliardi e 480 milioni di euro per la ritardata attivazione, l’omessa realizzazione dei previsti collegamenti della rete, nonché l’inefficace funzionamento del sistema di gestione e controllo del gioco in denaro.

Secondo i calcoli del Governo, l’adesione a detto condono farà rapidamente incassare all’erario pubblico (la presentazione delle istanze di adesione è prevista per ottobre dal citato decreto legge) 610-611 milioni di euro, con un risparmio per le società che gestiscono in concessione i giochi di azzardo di oltre 1 miliardo ed 800 milioni (e cioè del 75% delle somme che sono state già condannate a pagare in primo grado).

Sennonché, come si è appreso da alcune dichiarazioni del Dott. Passamonti (nomen omen), Presidente di “Confindustria sistema gioco Italia” (si è così appreso anche che la lobby dei giochi fa parte di Confindustria, costituendo quella dei giochi in Italia evidentemente una vera e propria “industria”, anche se del “terziario arretrato”), riportate in un articolo del Corriere della Sera del 31 agosto scorso (clicca qui per consultarlo), la lobby dei giochi di azzardo non intende neanche aderire a questo superfavorevole condono; ha affermato in particolare il Presidente di “Confindustria sistema gioco Italia” che: “Preferiamo aspettare il giudizio d’appello, siamo sicuri che ci darà ragione”; si aggiunge che “Anche il Consiglio di Stato si è pronunciato sulla vicenda, ed ha escluso qualsiasi responsabilità a carico dei concessionari”.

Insomma, la lobby in questione si sente così forte (spalleggiata anche, a quanto dice, dal Consiglio di Stato) da permettersi il lusso di rifiutare sdegnosamente la superscontata offerta del Governo Letta di cavarsela pagando solo il 25% di quanto è già stata condannata in primo grado dalla Corte dei Conti, Sez. Lazio.

Evidentemente la lobby sconosce l’alea che solitamente accompagna ogni giudizio. Presumo che abbia buoni motivi per non avere timore. O forse, rifiutando la proposta del decreto legge, spera, in sede di conversione, di ottenere un ulteriore sconto.

La seconda occasione per parlare della lobby in questione è stata offerta dall’ordine del giorno, recentemente approvato a sorpresa dal Senato (v. l’articolo su “La Stampa”), il quale prevede una moratoria per le nuove autorizzazioni in attesa della riorganizzazione e della pianificazione dell’intero sistema; la previsione nella legge di stabilità di allineare l’aliquota IVA dei giochi; l’istituzione, nel campo dei giochi online di meccanismi in grado di verificare la maggiore età del giocatore; il rispetto degli impegni assunti con il Decreto Balduzzi ai fini dell’aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza per le persone affette da gioco d’azzardo patologico; una maggiore tutela dei minori e la promozione di iniziative anche nelle scuole, per la sensibilizzazione sui rischi del gioco e sull’uso responsabile del denaro; il divieto di pubblicizzare i giochi d’azzardo e i giochi di fortuna.

Il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) ha già fatto sapere in una nota che si tratta di una mozione «inapplicabile perché il Governo compirebbe un atto illegittimo», mentre Assointrattenimento ha già convocato il proprio Direttivo, “al fine di deliberare le forme di mobilitazioni attuabili a seguito degli effetti pratici di tale provvedimento”.

Rimane al fondo un interrogativo: perchè il Governo, piuttosto che proporre superconvenienti condoni amministrativi (che sdegnosamente vengono rifiutati dalla lobby in questione) e piuttosto che asserire che l’ordine del giorno approvato dal Senato sarebbe «inapplicabile perché il Governo compirebbe un atto illegittimo» e comunque perderebbe 6 miliardi di euro, non potendo aumentare il già stellare numero di giochi autorizzati, che rischia di trasformare il nostro Paese in un enorme casinò, non parifica almeno l’aliquota media dei giochi di azzardo a quella dell’IVA, riuscendo in tal modo, da un lato, ad incrementare – in modo certo – le entrate erariali derivanti dal settore e, dall’altro, a scoraggiare il triste fenomeno della ludopatia, che continua ad impoverire così tanti italiani?

Giovanni Virga, 9 settembre 2013.

Category: Amministrazione pubblica

Commenti (2)

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  1. Claudio Rossi ha detto:

    Sempre molto stimolanti le sue riflessioni, prof. Virga. Anche questa sulle lobby del gioco d’azzardo invita a considerazioni non scontate.

    Sono però tentato di rovesciare il suo discorso, provando a smascherare una pulsione propria della nostra classe dirigente e quindi a rileggere in senso inverso la questione che lei pone: quella della lobby dell’azzardo.

    Da alcuni decenni, almeno da quando il credo reaganiano (affamate la belva) si è affermato ed il prelievo fiscale è stato irriso e finanche demonizzato, da un canto i cittadini si sono fatti più esigenti, chiedendo prestazioni sempre più sofisticate e generalizzate dal Welfare, dall’altro i contribuenti si sono vieppiù fatti insofferenti rispetto agli oneri fiscali. Mentre questo atteggiamento denota un carattere socialmente “schizofrenico”; accade spesso, se non sempre, che siano proprio i più fortunati ed i più abbienti a soffiare sul fuoco delle polemiche antifiscali.

    In questo quadro, la classe politica – ideologicamente irretita dalla facile polemica anti-tasse – si è disposta a consentire alle pulsioni più demagogiche.

    Sono tantissimi gli esempi che in questi lustri ci ha offerto lo scenario politico. Ricordo il noto slogan varato dal Ministro delle finanze Tremonti: “dalle persone alle cose”, intendendo con ciò spostare il mirino del fisco dal reddito personale non tanto verso il patrimonio (la patrimoniale è stata sempre avversata dalla parte politica cui apparteneva il ministro) quanto sui consumi e comunque alle transazioni commerciale in senso ampio. Questo atteggiamento denota una scarsa attenzione al principio di progressività pur chiaramente scolpito nell’art. 53 della Costituzione, essendo noto che tributi di carattere “reale” e comunque quelli legati ai consumi tendono a prescindere – salvo complicati meccanismi correttivi – dalla reale “capacità contributiva” dei singoli.

    In questo quadro si collocano le politiche fiscali degli ultimi anni, segnate – come mostra anche la recentissima ed ancora non chiusa vicenda dell’IMU – da un ormai non più sostenibile grado di demagogia.

    Che c’entra il gioco d’azzardo nelle questioni fiscali e nel discorso che sto ponendo? C’entra perché, a partire da un certo periodo, lo Stato ha voluto smettere la maschera di esattore per indossare quella più seducente di biscazziere, consapevole del fatto che un prelievo forzoso, quale quello tributario, risulta più inviso rispetto a quello che l’ingenuo cittadino si acconcia a versare “spontaneamente” in contropartita della speranza di vincere e di cambiare vita. Lo Stato cioè si serve di quella potentissima leva psicologica che si chiama “illusione” finanziaria o fiscale per addossare sui cittadini più sprovveduti o anche più disperati un carico fiscale e per questo ha chiamato a collaborare (non potendo farlo in proprio per tante ragioni) soggetti che imprenditorialmente si dedicassero a questo settore “produttivo”: la fabbrica delle illusioni.

    Tra i tantissimi esempi che si possono fare in questo campo resta memorabile l’art. 12 del Dl 28.04.2009, n. 39. Mai come in questo caso, vale la pena ricordare le rubriche del decreto e dell’articolo. Il primo era denominato: “Interventi urgenti in favore delle popolazioni colpite dagli eventi sismici nella regione Abruzzo nel mese di aprile 2009 e ulteriori interventi urgenti di protezione civile”. L’articolo 12 era scritto sotto la seguente rubrica: “Norme di carattere fiscale in materia di giochi”. Lo scopo della norma era chiaramente esplicitato dal suo eloquente incipit: “Al fine di assicurare maggiori entrate non inferiori a 500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2009, il Ministero dell’economia e delle finanze – Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato, con propri decreti dirigenziali adottati entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto può:……”. Cosa era accaduto? Pochi giorni prima del varo del DL 39/2009 c’era stato il tragico sisma dell’Aquila. Si trattava quindi di reperire le ingenti risorse necessarie a fronteggiare sia l’emergenza che la ricostruzione. Rispetto alle poche voci che invocavano qualche imposta di scopo (sovraimposte, addizionali straordinarie….) si preferì (in base a quello slogan mai sufficientemente vituperato, di “non mettere le mani in tasca agli italiani”) assicurare la copertura di quelle spese (o di una parte cospicua di esse) attraverso la “fabbrica delle illusioni”: il gioco.

    In questo modo, il prelievo perde il suo carattere “obbligatorio” ma, anziché ripartirsi in forza dell’art. 53 cost., sulla base della “capacità contributiva” dei cittadini, si spalma in maniera ineffabile sulla parte della popolazione mediamente più diseredata e più tentata dalla suggestione della vincita per cambiare vita o comunque esposta al “vizio” del gioco. Del resto, si fa risalire ad un uomo di governo autorevole quale Camillo Benso, conte di Cavour, il famoso detto: “il lotto è la tassa dei fessi”.

    Insomma, lo Stato, smessa la sua funzione di regolatore della distribuzione della ricchezza attraverso la leva fiscale, ha cercato un suo succedaneo più subdolo nell’industria del gioco. Per raggiungere più facilmente i suoi scopi esso si è affidato, spesso in maniera frettolosa e maldestra, nelle mani di una vera e propria industria.

    Il citato caso del DL 39/2009 è esemplificativo di quali sono i meccanismi che presiedono al sistema. Lo Stato, insensibile ai rischi sociali legati alla c.d. “ludopatia” ed ancora meno attento ai problemi di equità che pone un sistema di reperimento delle risorse pubbliche quale quello legato all’industria dell’azzardo, privilegia il ricorso a questi sistemi perché non vi sono “controinteressati” che si ribellano al prelievo ed inoltre perché queste forme di prelievo assicurano gettito costante e soprattutto in tempo reale. I prelievi sui giochi d’azzardo presentano quindi due pregi per lo Stato: sono politicamente indolori (il prelievo è abilmente dissimulato e le classi che lo subiscono sono quelle più docili e remissive) e producono introiti praticamente a getto continuo, quasi si trattasse di un enorme bancomat.

    Per fare conseguire quegli introiti però lo Stato deve però affidarsi a soggetti imprenditoriali scaltri e deve assicurare loro introiti ingenti. Insomma, quel “bancomat” ha dei costi che lo Stato, sempre affamato di soldi, soprattutto dopo che ha smesso di brandire la leva fiscale (non abbiamo letto tutti che anche per finanziare l’abolizione dell’IMU sulla prima casa si ipotizzavano ulteriori entrate dai giochi, oltre che sugli alcolici?), è disponibile a pagare. Dal canto loro, gli operatori del settore sanno bene quale sia la posta in gioco e sanno di poter tirare la corda perché la scorciatoia del prelievo “indolore” è una tentazione troppo forte per lo Stato. Del resto, la comprova la fornisce lo stesso episodio, ricordato dal Prof. Virga, a proposito del recentissima proposta leghista (che ha visto il Governo andare sotto) volta a vietare per un anno l’apertura di sale slot. Il panico ha preso il Governo che ha stimato in 6 miliardi annui il mancato gettito a favore dell’erario (per rendere l’idea: quasi una volta e mezzo il tanto dibattuto risparmio legato all’abolizione dell’IMU sulla prima casa).
    Per una sorta di subdola legge del contrappasso, sembra che lo Stato sia esso stesso vittima di quel famoso slogan che promuove proprio una delle formule di gioco più diffuse. Infatti, pare quasi, che lo Stato voglia “incassare facile” e per questo è disposto a vendere l’anima al diavolo e quindi anche alla lobby del gioco d’azzardo.

    Per questa ragione, se mi consente, Prof. Virga, le sue domande finali sono, a mio sommesso avviso, mal poste, almeno nell’attuale momento storico. Lo Stato non ha semplicemente interesse a “spremere” gli imprenditori del settore. Essi sono perfettamente funzionali alla logica del sistema. Spremerli eccessivamente non è conveniente: il meraviglioso bancomat potrebbe incepparsi. Allora sì che sarebbero dolori: bisognerebbe cominciare ad avere una seria politica fiscale.

  2. zapatero8 ha detto:

    Il gioco d’azzardo è una vera piega sociale, bisogna attivare tutte le iniziative per stroncare questa piaga, http://www.youtube.com/watch?v=WPAYf8Uf8Fs

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