I presunti vantaggi derivanti dalla nostra appartenenza alla U.E.

di | 4 maggio 2014 | 7 commenti Leggi

Negli ultimi mesi sono apparsi nelle reti televisive nazionali dei messaggi promozionali – pagati dalla RAI e cioè da tutti noi con il canone – che cercano di illustrare i benefici che deriverebbero dalla nostra appartenenza all’Unione Europea; si tratta di veri e propri spot pubblicitari, anche se alla fine di essi appare la seguente ipocrita avvertenza: “per informare, non per influenzare”.

Tra gli altri, è stato messo in onda un banale spot secondo cui, per effetto della concorrenza indotta dalla normativa comunitaria, il costo di gestione dei telefoni sarebbe diminuito e, grazie ad una direttiva dell’U.E., il numero del telefono è divenuto portabile e non è più di proprietà delle compagnie telefoniche: v. questo spot – che bara, in un impeto di amore per la U.E., pure sui numeri, affermando che 750 lire corrisponderebbero a 70 centesimi di euro – al seguente indirizzo http://www.europa.rai.it/tariffe-telefoniche/.

Ma vedi anche l’altrettanto banale spot sulla “musica europea”, alla pagina http://www.europa.rai.it/musica/, che costituisce una vera e propria “sviolinata” in favore dell’Europa, confondendo peraltro l’Europa, intesa, come diceva Metternich, come una espressione geografica – di cui, tra l’altro, fanno parte pure la Russia ed i suoi compositori musicali, come Tchaikovsky – con l’Unione Europea attuale.

Mi sono molto stupito del fatto che nessuno abbia protestato, non solo per il contenuto dei messaggi (molti italiani, per varie ragioni, da entusiasti supporter dell’Europa unita sono divenuti negli ultimi anni euroscettici od addirittura sostenitori della nostra fuoriuscita dell’euro), ma soprattutto per il momento in cui sono stati diffusi (nell’imminenza delle elezioni europee, nonostante che a tale competizione elettorale partecipino diverse forze politiche fortemente critiche dell’attuale Unione Europea, così come in concreto è stata attuata).

Sembra infatti assurdo che in un Paese in cui, con una normativa minuziosa, si regola la cd. “par condicio” sotto le elezioni, misurando con il bilancino i tempi televisivi degli esponenti politici delle varie forze politiche in campo, la RAI entri per così dire “a gamba tesa”, veicolando il messaggio che l’Unione Europea ed il suo parto attuale (l’euro) portano solo benefici. Per “par condicio” sarebbe stato necessario pubblicizzare, con le stesse forme, altrettanti messaggi volti ad illustrare gli svantaggi che derivano dalla nostra appartenenza all’U.E., così come in pratica è stata attuata.

E’ bene dire subito che chi scrive non è affatto un fautore dell’uscita dell’Italia dall’U.E e dall’euro; ma è convinto che, se ci presentiamo in Europa “a mani nude”, senza ventilare la possibilità di uscire (magari, per evitare il default, con l’aiuto degli arabi, sul modello dell’attuale trattativa per l’Alitalia), ma come supini assertori dell’Europa unita e dei suoi immensi vantaggi, non ne usciremo vivi e, soprattutto, non otterremo nulla (così come finora non abbiamo ottenuto nulla, anche in relazione al drammatico problema dei continui sbarchi di extracomunitari, nonostante le reiterate promesse di alcuni politici di volere “battere i pugni sul tavolo di Bruxelles”).

Inoltre, non è affatto vero che la normativa dell’U.E. ci ha portato solo vantaggi.

Un chiaro esempio è offerto dalla recente sentenza del Consiglio di Stato, Sez. III, 29 aprile 2014 n. 2207, pubblicata in questa rivista, secondo cui è illegittimo il provvedimento con il quale il Questore ha negato il rilascio del permesso di soggiorno ad un cittadino extracomunitario, facendo mero riferimento ad una condanna riportata in sede penale per un grave reato (nella fattispecie esaminata dalla citata sentenza, si trattava dello sfruttamento della prostituzione; ma in altre coeve sentenze le condanne riguardavano lo spaccio di droghe pesanti, lo stupro ed altri gravi reati), senza considerare la situazione familiare dell’interessato ed in particolare il fatto che egli, come dicono i napoletani, “tiene famiglia” in Italia. Ora comincio a capire perché, con gli ultimi sbarchi, arrivano tanti minori senza genitori: forse qualcuno, bene informato, manda “in avanscoperta” il minore da solo, per poi esercitare il diritto al ricongiungimento familiare previsto dalla vigente normativa (magari arrivando comodamente in aereo o con una normale nave passeggeri).

Non si tratta di una sentenza particolarmente innovativa: il principio era stato già affermato dalla sentenza n. 1 del 2014 del Consiglio di Stato (anch’essa pubblicata in questa rivista), con la quale, per così dire, si è aperto l’anno giudiziario del CdS (in quel caso si trattava di un cittadino albanese condannato per violenza sessuale); anzi in quella precedente occasione era stato affermato anche che “l’art. 5, comma 5, del D.Lgs. n. 286/1998, come modificato dal D.Lgs. n. 5/2007 (sul c.d. ricongiungimento familiare previsto per gli extracomunitari) nel fare riferimento ai “legami familiari”, si deve interpretare in senso estensivo (lex minus dixit quam voluit), ossia includendo nel beneficio anche i nuclei familiari la cui composizione corrisponda a quella che, ove necessario, darebbe titolo al ricongiungimento, ma che si trovino già riuniti senza aver dovuto ricorrere a tale procedura; con la precisazione che non è necessaria la convivenza e che nel rapporto tra genitori e figli non necessita che i figli siano attualmente minorenni”.

L’ultima sentenza del Consiglio di Stato ha pure aggiunto che “la tutela della situazione familiare ed in particolare la esistenza di effettivi legami familiari con figli pienamente radicati nel nostro paese devono considerarsi, in base alla normativa vigente, dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 202 del 2013, oggettivamente e definitivamente prevalenti sui meccanismi automatici di valutazione della pericolosità sociale in base alle cosiddette condanne ostative”.

Insomma, rovesciando la tradizionale scala dei valori (secondo cui la sicurezza pubblica ha la prevalenza su altri valori, pur di rilievo: v. l’ampia giurisprudenza in materia di autorizzazioni di polizia), si afferma invece che la tutela della situazione familiare dell’extracomunitario ha “oggettivamente e definitivamente” la prevalenza sulla pubblica sicurezza. Ragion per cui gli spacciatori, i violentatori oppure gli sfruttatori della prostituzione possono rimanere tranquillamente in Italia ed ottenere un regolare permesso di soggiorno od il suo rinnovo, perchè “tengono famiglia”, anche se i figli non sono più minori e neanche conviventi.

Estremizzando il concetto potrebbe in futuro affermarsi che un cittadino italiano – che non può essere certo discriminato rispetto ad un extracomunitario – ha diritto di ottenere un permesso (non di soggiorno, ma) di costruire, avendo magari bisogno di fornire un tetto ai propri figli, anche se maggiorenni e comunque non conviventi, in deroga alla normativa urbanistica e paesaggistica vigente, perché “tiene famiglia”. Insomma, il principio del “tengo famiglia” potrebbe avere in futuro ulteriori interessanti sviluppi ed applicazioni. Del resto, Leo Longanesi sosteneva molto tempo addietro che al centro del Tricolore italiano bisognerebbe scrivere appunto: “tengo famiglia”; rimarrebbe tuttavia estremamente sorpreso, se fosse ancora vivo, nell’apprendere che la scritta sul Tricolore vale per adesso solo per gli extracomunitari.

Qualcuno chiederà: che cosa c’entra quanto si è appena detto con la normativa comunitaria?

C’entra, perché sia il D.Lgs. n. 5/2007 (sul c.d. ricongiungimento familiare previsto per gli extracomunitari) che la citata sentenza della Corte costituzionale n. 202 del 2013, si fondano sulla disciplina comunitaria: più precisamente, la richiamata normativa italiana costituisce nient’altro che attuazione della direttiva CE 2003/86/CE a tutela del ricongiungimento familiare.

Mi chiedo e Vi chiedo a questo punto: siamo così certi che la nostra appartenenza all’Unione Europea comporti solo dei vantaggi?

Giovanni Virga, 4 maggio 2014.

Category: Società

Commenti (7)

Trackback URL | Comments RSS Feed

  1. Dario Di Maria ha detto:

    Egregio Prof.,
    finalmente qualcuno lo scrive.
    Riguardo alla ns. partecipazione all’Europa, sono convinto che una “standardizzazione” degli ordinamenti (cioè regole uguali per tutti) va a vantaggio di un Paese come l’Italia dove si tende sempre a cercare la “scappatoia”.
    D’altro canto, però, basterebbe citare la Corte dei Conti che (Del 11/2013)che dice che nel 2012 abbiamo più versato che preso dall’Europa una somma pari a 5,7 miliardi (siamo il terzo paese contribuente dopo Germania e Francia), che negli ultimi sette anni il saldo finanziario con l’Europa è a credito (x l’Italia) di 41,7 miliardi, e che per il 2013 le stime sono sempre di 5,6 miliardi; insomma, l’Europa ci costa almento 5,5 miliardi l’anno, più della famosa IMU (4 miliardi), o di quanto ci vorrebbe per gli esodati (3 miliardi), e senza questi 5 miliardi il rapporto deficit/PIL sarebbe tranquillamente sotto la soglia “critica”.
    Che dire? Noi, speriamo che ce la caviamo.

    • Antonino Masaracchia ha detto:

      Egregio professore,
      ritengo non comparabili le due fattispecie da Lei allineate. Da un lato, per il rilascio del permesso di soggiorno, c’è una norma apposita (l’art. 5, comma 5, del d.lgs. n. 286 del 1998) che impone la valutazione sul “carico familiare” dello straniero; dall’altro lato, per il rilascio del permesso di costruire, non vi sono attualmente norme che impongano una simile valutazione. Quindi, la circostanza che l’interessato “tenga famiglia” potrà avere rilevanza solo se lo dice la legge, e non per effetto di una interpretazione “creatrice”.
      Ossequi

  2. Massimo Perin ha detto:

    Il problema “Europa” richiamato dal Prof. Giovanni Virga, credo che imponga (specialmente ai giuristi: avvocati e magistrati, in particolare) alcune serie riflessioni. La collaborazione europea è importante, perché un periodo così lungo di pace tra i popoli europei (tranne le crisi post comuniste dell’est) non mi sembra sia esistito. Però questa Europa ha preso una piega sbagliata, dove la finanza, specialmente quella aggressiva e speculativa ha assunto un ruolo dannoso e anche pericoloso, creando crisi e depressioni economiche.

    A questo proposito segnalo e invito i lettori di Lexitalia ad ascoltare l’importante e significativo intervento del Prof. Emerito Giuseppe Guarino: L’Europa alla resa dei conti. Su You Tube https://www.youtube.com/watch?v=kW-2b6rV8UE .

    L’analisi del Prof. Guarino induce a molte riflessioni sia sulla crisi economica, sia sul deficit democratico delle organizzazioni europee, nonostante le ultime elezioni.

    Nella sostanza manca in Europa un vero Governo politico e i Governi nazionali sono sono solo meri esecutori di decisioni prese da altri e non si conosce nemmeno chi sono.

    Per questo, credo che certe esaltazioni politiche, dopo le recenti elezioni, siano del tutto fuori luogo. Probabilmente molti degli eletti in Europa non sano nemmeno consapevoli di quello che andranno a fare, perché le recenti elezioni hanno avuto una visione interna, ma non europea.

  3. Francesco G. Spisani ha detto:

    Gentilissimo Professore,
    fra i vantaggi derivanti dall’appartenere all’Unione europea, mi sembra ce ne sia uno che è davanti a tutti, ma non viene compreso da alcuno. Intendo parlare della libertà di stabilimento e di circolazione delle persone, grazie alla quale, almeno giuridicamente, i nostri giovani che vanno a lavorare in Europa ci vanno da cittadini, e non più da dagoes, macaroni, gastarbeiter, wop e via peggiorando. In proposito,invito chi volesse a vedere un bel film degli anni ’50 del secolo scorso, “Il cammino della speranza”, con Raf Vallone e Serge Reggiani.
    Vorrei allora porre in questa degna sede di discussione una domanda che pongo da tempo, e alla quale nessuno finora ha potuto, o voluto, o saputo rispondermi. Va premesso che, in base alle regole attuali, non si può uscire solo “dall’euro”. Chi esce dall’euro, esce dall’Unione, e perde fra l’altro le libertà di cui parlavo. A questo punto, cosa ne sarebbe di tutte le migliaia di ragazzi e ragazze italiani che ora lavorano a Londra, Parigi, Berlino, eccetera, e tra l’altro lì trovano i posti di lavoro qualificati e la meritocrazia che in Patria sono spesso loro negati a favore di ignoranti con tessera di partito? Dovrebbero mettersi in fila per un permesso di soggiorno? Magari se lo vedrebbero negare per ritorsione politica? Dovrebbero tornare a casa? e se sì, dove lavorerebbero? Spiace che finora nessuno abbia affrontato l’argomento, che, da padre di famiglia, trovo di un certo interesse. Grazie e i migliori saluti

    • Giovanni Virga ha detto:

      Rispondo all’ultimo intervento, che mi ha lasciato francamente basito.

      In esso si prospetta uno strano futuro per l’Italia: infatti, grazie alla libertà di stabilimento, tutti gli elementi migliori hanno la possibilità di emigrare in altri paesi UE mentre in Italia, grazie alla normativa europea, dobbiamo tenerci stretti gli immigrati extracomunitari che hanno commesso gravi delitti, per il semplice fatto che “tengono famiglia”. Se questa e’ la prospettiva, comincio a pensare anche io di avvalermi della libertà di stabilimento offertaci generosamente dall’Ue per arricchire i Paesi concorrenti. Dobbiamo invece batterci in tutti i modi affinché i nostri giovani più validi e capaci rimangano in Italia e non siano costretti ad emigrare, impoverendo il Paese e privandolo di un futuro.

      Nell’intervento del lettore si afferma anche che chi esce dall’euro esce anche dall’Unione. Così tuttavia non è, come è dimostrato dall’Inghilterra e dagli altri paesi che non hanno aderito all’euro i quali, nonostante ciò, fanno parte a pieno titolo dell’Unione europea.

      Quanto infine ad un altro intervento precedente, tengo a precisare che non intendevo seriamente sostenere che il principio del “tengo famiglia” è applicabile, oltre che al permesso di soggiorno, anche al permesso di costruire. Si trattava chiaramente di un paradosso, agevolato dal fatto che in entrambi i casi si tratta di “permessi” e che. sempre per paradosso, un principio “in bonam partem” applicato a favore degli extracomunitari non può non essere poi esteso ai cittadini (di solito, ai tempi dei romani, avveniva il contrario e cioè l’estensione dei diritti riconosciuti ai cittadini a coloro che non erano tali: ma noi, evidentemente, ormai siamo più avanzati dei romani).

  4. Francesco G. Spisani ha detto:

    Gentilissimo Professore,
    due puntualizzazioni.
    A semplice lettura dei trattati, dopo che uno Stato ha aderito all’euro, non può abbandonarlo se non uscendo dall’Unione. La situazione di chi non vi è entrato e non vi entra – come il Regno Unito- è diversa. Naturalmente, un trattato si può rivedere, ma allo stato è così.
    In secondo luogo, mi perdoni, ma io ho posto domande che mi sembrano precise su un problema che mi sembra concreto. Il suo invito a “batterci in tutti i modi affinché…” come risposta mi sembra un po’ generica. Lei poi è più nazionalista di quanto io non sia: estremizzando un poco, io non vedo gli altri Paesi dell’Unione come “Paesi concorrenti” molto più di quanto non veda una regione dell’Italia come concorrente di un’altra. Altrimenti, perchè parliamo di “Unione”? Sono di parte, lo so, ammiratore di Cattaneo e Mazzini; rispetto peraltro senza condizioni chi la pensa diversamente.
    Scusi ancora per la mia impertinenza e i migliori saluti.

    • Giovanni Virga ha detto:

      Rispondo sinteticamente: i trattati istitutivi dell’euro semplicemente non hanno nemmeno preso in considerazione la fuoriuscita di una Paese aderente e pertanto non comminano alcuna espulsione dell’U.E. nel caso di fuoriuscita dall’euro (volontaria o meno). Espulsione che sarebbe in ogni caso clamorosa, tenuto conto del fatto che l’Italia è un Paese fondatore. La discussione mi sembra comunque oziosa, atteso che io non sponsorizzo affatto, come già scritto, alcuna fuoriuscita, se non come mezzo per intavolare serie trattative e non presentarci “a mani nude”.

      In secondo luogo, quando parlo di “Paesi concorrenti”, fotografo la situazione attuale, dato che la Unione europea, al di là della espressione nominalistica, non si è affatto realizzata. Le economie, il sistema fiscale, le leggi sono differenti e, di fronte a difficoltà (come quella dei continui sbarchi di extracomunitari), la “Unione europea” ci ha lasciati quasi completamente soli, essendo in atto preoccupata di come distribuire le poltrone importanti. Lo stesso dicasi per la questione degli eurobond, che avrebbero evitato – specie a noi che eravamo già fortemente debilitati – il forte salasso dei versamenti al Fondo salva-Stati. Questi sono semplici dati di fatto, dai quali non si può prescindere. Non credo per ciò solo di essere nazionalista, anche se un po’ di sano amor patrio, come dimostrano i correnti campionati mondiali di calcio, non può che farci bene.

      Non voglio che la Italia diventi una colonia della Germania, svenduta a prezzi di saldo, ma voglio che l’Italia tratti con la Germania per una reale unificazione di tutti i Paesi aderenti all’U.E. in condizioni di parità e di pari dignità (senza golpe bianco sul quale si è velocemente glissato, sol perché riguardava Berlusconi; siamo così cretini od in malafede che si è recentemente istituita una ennesima commissione parlamentare di inchiesta per l’omicidio di Aldo Moro, mentre sul sospetto – e gravissimo – golpe bianco del 2011 – reso molto verosimile dall’inchiesta di Friedman e da quanto scritto dal Ministero del Tesoro degli Stati Uniti, nonchè dall’ammessa vendita massiccia di titoli italiani effettuata dalla Bundesbank – non si è nemmeno parlato in Parlamento). Un golpe bianco, non dimentichiamolo, che ci ha regalato uno spread altissimo ed un Governo Monti – così caro alla Merkel – che ci ha affossato. Mi chiedo e Le chiedo: come crede che avrebbero reagito i tedeschi, di gran lunga più nazionalisti dello scrivente, se lo stesso fosse accaduto a loro?

Inserisci un commento