L’eterogenesi dei fini nella legislazione più recente

di | 28 giugno 2014 | 3 commenti Leggi

Con l’espressione “eterogenesi dei fini” (Heterogonie der Zwecke) attribuita al filosofo Wilhelm Wundt, ma che, secondo molti, va fatta concettualmente risalire a Giambattista Vico, si intende fare riferimento ad uno strano fenomeno secondo cui, nonostante siano state dichiarate determinate finalità da raggiungere, in realtà vengono conseguiti risultati opposti. Tecnicamente si tratta di “conseguenze non intenzionali che derivano da azioni intenzionali”: in pratica, si tratta di veri e propri “effetti collaterali”, che derivano da azioni non appropriate.

E’ un fenomeno questo che, a mio sommesso avviso, è dato riscontrare raffrontando – da un lato – gli obbiettivi che i nostri attuali governanti dichiarano di volere perseguire e – dall’altro – i risultati che, tramite le norme recentemente emanate, si raggiungono in concreto.

Secondo l’attuale Premier Renzi, per rilanciare la nostra economia occorre promuovere le piccole e medie imprese, che costituiscono tuttora il tessuto connettivo fondamentale dei “brandelli” di economia che tuttora sopravvivono. Finalità giusta e pienamente condivisa da molti, anche da parte dei sindacati e perfino da Confindustria, nonostante che quest’ultima storicamente abbia tutelato principalmente gli interessi delle poche grandi imprese presenti in Italia.

Si aggiunge anche che tale finalità si intende conseguire, da un lato, riducendo la tassazione (operazione questa difficile da promettere nell’attuale congiuntura economica, tenuto conto dei vincoli di bilancio; non a caso, al di là delle promesse verbali e del gioco delle tre carte rappresentato dall’operazione “80 euro” dal chiaro sapore elettorale, la tassazione generale è aumentata negli ultimi tempi) e, dall’altro, liberando le piccole e medie imprese dall’”abbraccio” soffocante (solitamente si dice dei “lacci e lacciuoli”) della burocrazia pubblica, che, per effetto di una legislazione farraginosa, ha scaricato su dette imprese una serie di adempimenti ed oneri che scoraggiano la creazione di nuove imprese ed inducono a chiudere quelle esistenti.

Tale operazione, che potremmo definire con una espressione brutta ma efficace di “deburocratizzazione”, è senz’altro possibile, dato che essa praticamente è gratuita e non comporta particolari oneri per la finanza pubblica. Scommetto che se i Comuni sostituissero le inutili (ed anacronistiche, tenuto conto dei risultati referendari) scritte presenti spesso nei cartelloni di ingresso con le quali si annuncia solennemente che si tratta di “Comune denuclearizzato”, con la scritta “Comune deburocratizzato” (facendo ovviamente seguire alle parole anche i fatti), attrarrebbero molti più cittadini.

Tuttavia, esaminando attentamente la legislazione più recente, si assiste appunto ad un fenomeno di “eterogenesi dei fini”, dato che le predette finalità vengono contraddette da adempimenti sempre più minuziosi ed onerosi a carico del privato e, in qualche caso, anche a carico delle PP.AA.

Un esempio emblematico di quanto si è appena detto è dato dalla recente normativa sulla fattura elettronica, che ha iniziato ad avere vigore per le sole amministrazioni statali dal 6 giugno u.s. e che nel giro di meno di un anno sarà estesa a tutte le PP.AA.: paradossalmente nel sito istituzionale si dice che essa comporterà un risparmio per l’erario pubblico di svariati milioni di euro, ma in realtà essa comporterà un sicuro aggravio di costi di molti più milioni per tutte le imprese (soprattutto quelle piccole e medie) che, per farsi pagare dalle PP.AA., dovranno dotarsi di apposito programma (non fornito dalla P.A.), della firma digitale, nonchè di un sistema di archiviazione elettronica dotato di apposite “marche temporizzatrici”. Se non si doteranno di tutti questi costosi e complicati ammennicoli, le imprese piccole e medie, nonchè i professionisti (anche quelli che debbono fare poche fatture all’anno) non saranno in grado di farsi pagare dalla P.A., giacchè è stato previsto il divieto per le PP.AA. di pagare le fatture normali, anche se inviate in formato .pdf.

Il metodo è sempre quello solito, ampiamente sperimentato in passato: di scaricare sul singolo privato costi ed operazioni che dovrebbero essere rispettivamente sostenuti e compiute dalla P.A.

E’ bene precisare che chi scrive non è – come del resto dimostrato ampiamente dal lavoro che svolge quotidianamente – un bieco conservatore, contrario all’informatica ed ai vantaggi che essa offre. La fattura elettronica – introdotta a seguito di apposita direttiva europea – è indubbiamente un progresso, ma è assurdo scaricare i costi e le modalità operative sul privato (soprattutto se si tratta di una piccola azienda od un piccolo professionista), con la minaccia che, se così non fa, seguendo minuziosamente tutte le costose e complicate procedure imposte, non gli sarà nemmeno pagata la prestazione che ha magari già svolto.

In un qualsiasi Paese moderno, gli oneri e le modalità applicative abbastanza complesse per l’emissione e l’archiviazione di una fattura elettronica, sono assolte dalla stessa P.A., la quale, dopo avere ricevuto una fattura in formato cartaceo o .pdf dal privato, provvede alla sua elaborazione ed archiviazione in proprio. In Italia, invece, si è pensato bene di “scaricare” tutto sul privato, senza peraltro fornirgli un programma per l’emissione ed archiviazione della fattura elettronica.

Altro esempio illuminante è costituito da una norma della recente legge 23 giugno 2014 n. 89, di conversione del d.l. n. 66/2014 la quale, come evidenziato in apposita nota tecnica redatta dall’ANCI (che è stata pubblicata nella parte di libero accesso della rivista), rischia di bloccare gli appalti di lavori, servizi e forniture anche di importo inferiore a 40.000 euro, prevedendo che tutti i Comuni non capoluogo di provincia, a decorrere dal 1° luglio 2014 (termine stabilito dall’articolo 3 comma 1bis della legge n. 15/2014), possono acquisire lavori, beni e servizi solo nell’ambito di: Unioni di Comuni, specifici consorzi o avvalendosi degli uffici della Provincia, tranne che per i beni e servizi acquisiti tramite strumenti elettronici gestiti da Consip o da altro strumento di aggregazione. Il CIG non viene rilasciato in caso di violazione di tale vincolo.

Dal combinato disposto degli articoli 9 e 47 della legge di conversione, risulta altresì abrogata la deroga per gli acquisti in economia, prevista dal comma 11 dell’articolo 125 del decreto legislativo n. 163/2006: quindi, anche per lavori o acquisizioni di forniture e servizi di importo inferiore a 40.000 euro, occorrerà costituire o rivolgersi ai suddetti soggetti aggregatori.

In tal modo si determina un “blocco” degli appalti non solo di lavori ma anche di servizi e forniture, anche se non di elevato importo, con buona pace delle intenzioni di aiutare le piccole e medie imprese in questo difficile momento economico. Un ulteriore esempio di eterogenesi dei fini, del quale non si sentiva bisogno.

Che dire poi dell’onere a carico anche dei professionisti di dotarsi a partire del 30 giugno p.v. di un Pos per i pagamenti superiori ai 30 euro (e cioè praticamente per tutti i pagamenti)? Si finisce così per punire ulteriormente il professionista onesto, gravandolo di un ulteriore costo, senza invece colpire tutti coloro (pensiamo all’esempio classico dell’idraulico) che, non facendo solitamente fatture, non si pongono nemmeno il problema di dotarsi di Pos.

E così, tra fatture elettroniche, Pos e blocchi degli appalti pubblici, l’economia delle piccole e medie imprese nonchè dei professionisti, anziché liberarsi di tutti i lacci e lacciuoli, si sta “incartando” ulteriormente.

La filosofia di fondo che sembra seguire l’attuale classe dirigente è quella classica secondo cui, quando il generale comanda, l’intendenza deve inesorabilmente seguire. Non si rende conto che l’intendenza che tira silenziosamente la carretta in Italia (mentre i politici discutono rumorosamente sulla immunità da riconoscere ai senatori, dopo la riforma della Camera alta) è ormai stanca di subire supinamente nuovi oneri ed obblighi e tra non molto, se si continua così, come un somaro a lungo bastonato, si rifiuterà di seguire, con buona pace per le finanze pubbliche e per il futuro del Paese. Un futuro già in atto molto compromesso dopo tre anni di “cura” Monti, Letta ed ora Renzi, benedetta dal Presidente della Repubblica (che domani compirà 89 anni: a proposito, auguri a Lui, anche se anche noi ne avremmo bisogno) ed ovviamente anche dalla Merkel.

Giovanni Virga, 28 giugno 2014.

Category: Amministrazione pubblica

Commenti (3)

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  1. Massimo Perin ha detto:

    Ancora una volta il Prof. Giovanni Virga ha messo il dito nella piaga: si colpisce il professionista onesto gravandolo ancor di più di nuove spese.

    Ora in molti, rispetto al passato, si dovranno munire di P.O.S. per i pagamenti, ma nulla si dice di chi veramente ci guadagna. Ebbene, gli apparecchi dei p.o.s. si dovrebbero noleggiare (il noleggiatore ci guadagna), per ogni operazione esiste un costo (sia bancomat, sia carta di credito), dove le banche ci guadagnano.

    Forse sarebbe il caso che il Governo valutasse con precisione queste spese e l’impatto che comportano sui professionisti e anche il guadagno che rendono al sistema bancario. Una volta valutati questi costi dovrebbe essere il Governo ha stabilire anche il costo secondo criteri di ragionevolezza, per evitare che qualcuno (il sistema bancario) raggiunga ottimi guadagni senza sforzi particolari.

    Non si possono imporre nuovi sforzi per contrastare il fenomeno dell’evasione, favorendo poi un sistema (quello bancario) che dell’odierna crisi ha più di qualche responsabilità.

  2. Michele Casano ha detto:

    Trattasi sempre (o quasi) di misure e provvedimenti normativi adottati, di volta in volta, su specifica pressione di questa o quella, più o meno potente ed ammanigliata, lobby economica (per quanto riguarda l’obbligo di p.o.s.), ovvero con il più o meno recondito (e miserabile) fine di “creare un po’ di indotto”, a vantaggio di pochi, ed a discapito della maggioranza dei cittadini: ricordate, ad es., la vicenda della ulteriore “certificazione” onerosa ed obbligatoria degli ascensori condominiali, o quella del famigerato “fascicolo del fabbricato”, tutte foriere di prestazioni patrimoniali imposte addirittura con D.M. (Gov. Berlusconi), poi annullati dal TAR del Lazio ?.

    Qualcuno sa poi dirmi che fine ha fatto la famosa analisi preventiva di impatto burocratico e la valutazione costi/benefici della nuova legislazione, pur oggetto negli anni scorsi di specifica ed espressa normazione, se non erro ?

    Cordialità.

    Michele Casano

  3. Presidente Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici ha detto:

    “Eterogenesi del fine” è l’emblema dell’art. 9 del DL 90/14, solo che in questo caso le finalità da raggiungere nel nome del “contenimento della spesa pubblica”, in realtà vuole proprio conseguire il risultato opposto: smantellare moritificandola ed umiliandola la parte sana e vincente della P.A. per aumentare le consulenze esterne e, dunque, aumentare a dismisura i costi.

    Le Avvocature in house, soprattutto quelle territoriali, con il loro 85-98% di forbice di vittorie in nome dell’interesse pubblico, costano mediamente 250-300 euro l’anno per causa, comprensivo di stipendio e compenso professionale.

    Neppure l’avvocato più giovane e più scalcagnato chiederebbe tale importo per causa, tenendo presente che si difendono piani regolatori, sistemi di trasporto pubblico, appalti da decine di milioni di euro, ecc….Tutta “robina” da notule per centinaia di milioni!

    Pare, dunque, che la spesa fuori controllo della P.A. (parlo in specie degli enti territoriali, ma vale anche per le altre P.A.) sia causata dal vincere troppe cause a prezzi troppo bassi di una micro categoria qual è quella degli avvocati pubblici.

    E dire che pensavo fosse la sanità ad essere sprecona, che fossero gli enti inutili in cui vengono nominati dai politici centinaia di soggetti a pesare sulle tasche degli italiani, pensavo fossero le spese pazze dei consiglieri regionali e non solo loro; addirittura pensavo, pensate che maliziosa, che fossero i deputati arrestati che ricevono comunque l’appannaggio. Invece mi sbagliavo, perchè proprio oggi in Ufficio di Presidenza della Camera è stata bocciata la proposta di sospendere le indennità per i parlamentari arrestati!

    Certo, che diamine! Siamo noi avvocati a 3000 euro al mese, carichi di lavoro enormi, responsabilità gigantesche, 55 ore di lavoro a settimana anche se tenuti a 36, il male dell’Italia.

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