L’errore dell’abolizione del voto di preferenza

di | 13 settembre 2007 | 6 commenti Leggi

Leggendo i risultati del sondaggio pubblicato ieri dal quotidiano “La Repubblica” (clicca qui per consultarlo), in relazione alla recente manifestazione organizzata dal comico Beppe Grillo, colpisce un dato: che tra le varie proposte sommariamente avanzate dal suddetto comico (divieto di essere eletti in Parlamento per più di due legislature, divieto di candidarsi se condannati in via definitiva o in primo o in secondo grado, eliminazione dei partiti, previsione che i parlamentari vengano votati per elezione diretta dai cittadini e non siano scelti dai partiti), la proposta da ultimo citata (che riguarda non solo la reintroduzione del voto di preferenza, ma anche la presentazione di candidati al di fuori della nomenclatura dei partiti) è quella che ha raccolto i maggiori consensi, raggiungendo la percentuale del 90 percento sia tra gli elettori di centrosinistra che tra quelli di centrodestra ed il 76 per cento tra gli indecisi.

Tale dato smentisce l’affermazione che è stata fatta ripetutamente in questi giorni e cioè che il successo della manifestazione di Beppe Grillo sarebbe il sintomo del fatto che i cittadini italiani si sono ormai allontanati dalla politica.

Il dato dimostra invece la proposizione inversa e cioè che sono i politici (attuali) che si sono allontanati dai cittadini; in questi ultimi, invece, nonostante tutto rimane intatta la volontà di partecipare alla politica e di fare “pesare” il loro voto, scegliendo – tramite la preferenza – il candidato che li possa rappresentare.

Una delle storture più evidenti dell’attuale sistema elettorale è quello di avere eliminato il voto di preferenza, di guisa che l’elettore si trova di fronte ad una lista “bloccata”, decisa dalle segreterie dei partiti.

Si tratta di un errore clamoroso, che ha comportato l’elezione nella scorsa tornata di personaggi che non sarebbero stati in grado altrimenti di arrivare in Parlamento e che giustifica oltremodo la qualificazione da dare all’attuale legge elettorale, denominata, com’è noto, dal prof. Sartori come il “porcellum” (è da notare incidentalmente che l’Italia è l’unico Paese in cui esiste il paradosso di un relatore di una legge – nella specie il sen. Calderoli – che poi ammette candidamente di avere elaborato un testo che costituisce una autentica “porcata”).

Non sono chiare ancora oggi le ragioni che hanno indotto l’on. Berlusconi nella passata legislatura a fare approvare una tale riforma e soprattutto a dichiarare recentemente che la legge in questione può andare ancora bene.

In passato l’approvazione della riforma era stata giustificata con l’esigenza contingente di ricompattare la maggioranza, soprattutto l’UDC, che aveva richiesto la riforma. Non si tratta di una giustificazione valida, dato che le leggi – specie quelle importanti, qual è quella elettorale – si approvano nell’interesse del Paese e non per soddisfare le richieste di una singola parte politica. Ma soprattutto non si comprende come ancora oggi l’on. Berlusconi, superata la contingenza (con l’on. Follini passato addirittura all’opposta sponda), possa ancora dichiarare che è stata una ottima riforma e che mediante essa si possa andare anche a nuove elezioni.

Se c’è un personaggio che ha basato tutta la sua avventura politica sul sistema uninominale e sul consenso personale è stato proprio Berlusconi. L’abolizione del voto di preferenza sembra contraddire la stessa storia personale del Cavaliere, a meno di non volere prefigurare un Parlamento in mano alle segreterie dei partiti.

Con ciò non voglio dire che quello dei voti di preferenza sia un metodo ottimo, ma almeno dà la possibilità – con il sistema proporzionale – agli elettori di esprimere la preferenza nei confronti di un candidato piuttosto che l’altro.

Vero è che, come dimostrano esperienze passate, il sistema del voto di preferenza aumenta il pericolo di brogli, ma almeno da voce in capitolo agli elettori almeno per ciò che concerne i soggetti da scegliere all’interno di una lista.

L’unico vantaggio dell’abolizione della preferenza è stato quello di evitare che, nelle ultime elezioni, le nostre città fossero invase da manifesti elettorali nei quali in passato figuravano improponibili ed improbabili “faccioni” dei candidati, rappresentanti spesso una vera e propria galleria degli orrori. Ma si tratta di un ben piccolo vantaggio che non è in grado di colmare i numerosi svantaggi dell’abolizione delle preferenze, primo fra tutti quello dell’allontanamento della politica dagli elettori.

Giovanni Virga, 13 settembre 2007.

Category: Società

Commenti (6)

Trackback URL | Comments RSS Feed

  1. Dario Sammartino ha detto:

    Gentile Professore Virga,
    i suoi commenti a caldo sono sempre stimolanti, ancora di più per chi pratica il Diritto Pubblico per professione, e si vuole confrontare con la vita sociale.

    Come da Lei precisato, il ritorno alla preferenza implica anche il ritorno al sistema proporzionale.
    Non ritiene, però, che tale sistema fosse stato, implicitamente ma chiaramente, messo in discussione dai referendum del 1991/1993?

    Purtroppo ho l’età per ricordarmi che allora il sistema uninominale fu entusiasticamente sostenuto come un simbolo di “modernità”.
    Si disse che in quel modo sarebbero state ridimensionate le segreterie politiche, perché sarebbe stato consentito all’elettore di avere un riferimento personale preciso sul territorio.
    Si sostenne anche che la campagna elettorale con il proporzionale costava troppo, perché si doveva competere anche con i candidati del proprio partito, ed agevolava quindi la corruzione.

    In generale sono scettico sull’efficacia di qualsiasi sistema elettorale, se non è sostenuto dal senso civico e di appartenenza ad un sistema di valori condivisi.

    Dario Sammartino

  2. Giovanni Virga ha detto:

    Gentile Dott. Sammartino,

    La ringrazio per il Suo commento, che consente di chiarire meglio il mio pensiero.

    Sono innanzitutto d’accordo con Lei nel ritenere che non esiste un sistema elettorale perfetto.

    Anch’io faccio parte dei milioni di coloro che, in occasione dei referendum 1991/93, optarono per il sistema maggioritario e da allora non ho cambiato idea, dato che il sistema maggioritario finisce comunque per consentire la scelta di persone e non già di simboli di partiti che ci impongono le persone da scegliere, anche se ha il difetto di lasciare senza rappresentanza – anche se per una manciata di voti – una parte dell’elettorato. Aggiungo anzi che il sistema proporzionale sembra addirittura anacronistico, una volta che sono tramontate le ideologie ed i programmi dei partiti si fanno sempre più simili (al punto che in altri Paesi si vedono politici come Blair, laburista, praticare politiche liberiste e come Sarkozy, neogollista, chiamare uomini di sinistra come Bassanini per elaborare un programma di riforme). Meglio quindi puntare sulle qualità personali del candidato piuttosto che sul partito in sede di elezioni.

    Per questi motivi ritengo che l’essere ritornati al proporzionale, per giunta senza voto di preferenza, costituisca un doppio errore ed anche un doppio tradimento per l’on. Berlusconi.

    Ripeto: non sono chiari i motivi che hanno indotto quest’ultimo ad optare non solo per il proporzionale ma anche per l’abolizione del voto di preferenza e – soprattutto – che lo hanno indotto anche di recente ad insistere nell’affermare la bontà di tale sistema, anche se sorge il fortissimo sospetto che egli preferisca l’attuale sistema per “controllare” meglio un partito che egli ha creato dal nulla ma che, a distanza di diversi lustri dalla sua fondazione, non ha sua reale autonomia. Non si tratterebbe quindi di una scelta dettata da motivi tattici, ma da motivi strategici. L’on. Berlusconi tuttavia continua ad ignorare che un partito, che dovrebbe rappresentare le varie anime ed interessi della società civile, non può essere gestito come una azienda.

    In ogni caso, poiché il sistema proporzionale è in atto quello preferito dalla maggior parte dei partiti, ritengo che – ove si volesse lasciare con la nuova legge elettorale immutato tale sistema – andrebbe comunque reintrodotto il voto di preferenza.

    Preferibile, a questo punto, sarebbe votare per il nuovo referendum proposto, che reintrodurrebbe anche il maggioritario. Ma dubito fortemente che gli apparati di partito ci consentiranno di utilizzare lo strumento referendario, il quale (anche alla luce delle esperienze passate e degli attuali umori degli elettori) sarebbe per loro troppo pericoloso e scarsamente controllabile.

    Giovanni Virga, 14 settembre 2007.

  3. roberto napoletani ha detto:

    Anche io, a suo tempo, optai per il sistema maggioritario, perché doveva servire a sbloccare una situazione politica cristallizzata da decenni e a modernizzare la politica italiana, semplificando gli schieramenti e riducendo i partiti.

    Un’altra proposta di quei tempi (corollario del sistema maggioritario) era anche quella che, dopo il maggioritario, occorreva fare le elezioni primarie per la scelta dei candidati.

    Successe, invece, che in barba alle precise indicazioni referendarie non si fece nulla di tutto questo ed alla fine venne reintrodotto surrettiziamente finanche il finanziamento pubblico dei partiti.
    Su questo apro una piccola parentesi, io credo che la previsione costituzionale sui partiti politici(art.49) sia giustissima, ma i partiti o meglio i responsabili di essi devono comprendere che in tutti questi anni hanno utilizzato soprattutto per fini personali e di bassa lega, uno strumento di democrazia e politica, che quindi doveva perseguire e rappresentare interessi generali dei cittadini. Così, sono stati gli stessi politici a svilire la Politica e ad allontanarsi dai cittadini e non i cittadini ad allontanarsi dalla Politica. Gli esempi sono talmente tanti che il ragionamento può essere assunto come assioma.

    Dopo tutto questo iter defatigante, siamo giunti alla legge Calderoli, con i risultati che tutti conosciamo.
    Credo che ce ne sia abbastanza per rimpiangere il passato e la precedente legge elettorale, compreso il sistema proporzionale.

    Insomma se la modernizzazione dei sistemi elettorali ha significato 15 anni di tempo perso e di regressione profonda del sistema politico, tanto che abbiamo bisogno dei comici per capire la gravità della situazione, allora è preferibile il ritorno al passato.

    Quello che voglio dire è che i padri costituenti, forse conoscevano meglio di noi “moderni” la cultura politica e giuridica italiana e preferirono il male minore di un sistema certamente imperfetto (le preferenze plurime hanno fatto qualche danno, ma si possono ridurre ad una) ma adatto alla cultura ed alla società italiana, piuttosto che l’incertezza di un sistema maggioritario che funziona bene e meglio in società con leggi morali ancora vive ed anche con “maggiore senso civico e di appartenenza ad un sistema di valori condivisi” come richiamava giustamente nel suo intervento il dr. Sammartino.

    Finora i dati fattuali hanno dato ragione all’Assemblea Costituente.

  4. Lucio Gravagnuolo ha detto:

    Egr. Professor Virga, mi permetto di notare che, al di là delle preferenze personali per un sistema elettorale anzichè per un altro, la questione circa la vigente legge elettorale andrebbe forse posta in termini di legittimità costituzionale.
    Mi sembra, infatti, che il senso degli artt. 1-51-56-67 Cost. implichi necessariamente che il voto vada espresso nei confronti di un candidato, e non di un partito.
    Particolarmente bistrattato dall’attuale legge mi sembra l’art. 67, che, nel prevedere che i parlamentari non sono soggetti a vincolo di mandato, pone l’attenzione al legame particolarmente stretto che lega il cittadino elettore all’uomo eletto.
    L’eletto ha la fiducia del popolo sovrano, ed è libero di esplicare liberamente le proprie funzioni, in quanto è investito personalmente della fiducia; in altri termini, il voto è stato espresso nei sui confronti, e non del suo programma, o peggio ancora del suo partito.
    Mi sembra, perciò, che la carenza del vincolo di mandato presupponga, in termini di necessarietà, il vincolo elettivo diretto nei confronti della persona, senza la mediazione delle segreteria di partito: abolita l’elezione diretta del candidato, viene meno la ratio dell’art. 67.
    Senza dire che quel vincolo, che non intercorre con l’elettore, viene ad instaurarsi in termini di sudditanza con il partito, dominus dell’elezione avvenuta e di quelle future.
    Non solo. Mi sembra utile rammentare che l’esercizio del voto è l’espressione della sovranità del popolo (art.1). Sovranità che mi sembra non poco compressa allorquando l’elettore, per esprimere la preferenza nei confronti di Tizio, sia costretto a votare anche Caio, che magari precede Tizio nella lista di partito (di tal modo che, in fin dei conti, il suo voto sarà forse utile solo a Caio).
    Una sovranità mediata dai partiti mi appare molto depotenziata, e lesiva del diritto di esercitare la sovranità stessa indipendentemente da un partito.
    Un’ultima annotazione: Tizio, postposto a Caio nella lista di partito, non si presenta al popolo elettore in posizione evidentemente discriminata e deteriore rispetto a Caio? Ed allora, che ne è dell’art. 51, secondo il quale tutti i cittadini possono accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza?

  5. Emiliano Daddario ha detto:

    Gentile professor Virga, ma com’è possibile che a nessuno oltre a Grillo sia venuto in mente di fare una grande raccolta firme per il voto di preferenza? Mi sembra davvero incredibile. Ce n’è una dei Verdi ma con 171 firme, nulla praticamente… Non dico di fare una raccolta firme in 3 punti come Grillo, ma almeno il terzo punto… Mi sembra che Grillo circa questo terzo punto sia giunto come la manna dal cielo in un clima di totale disfattismo rattristante. Cordiali saluti.

  6. Cambiare la legge elettorale è una priorità assoluta. Un sistema basato su liste chiuse di “nominati” produce un progressivo degrado della politica. Si sa quali sono i partiti responsabili di questa legge. Ora tutti sembrano volerla modificare, ma le proposte languono. Forse la legge così com’è sta bene a molti partiti, anche a quelli che a parole la criticano.
    Massimo Laccisaglia, Nessun Partito

Inserisci un commento