Il partito di casa propria

di | 30 ottobre 2015 | Leggi

Aveva suscitato grandi speranze e forse anche qualche illusione, oltre 25 anni addietro, la caduta del muro di Berlino; un evento questo davvero epocale, che aveva indotto molti politologi a parlare di una nuova era, nella quale, cadute le ideologie contrapposte, tutti saremmo stati più felici e magari più tranquilli, essendo stato scongiurato il pericolo di un olocausto nucleare.

Le cose, com’è chiaro a questo punto, sono andate diversamente.

Il pianeta non è affatto divenuto più pacifico, ma anzi, per ciò che concerne il nostro Paese, il pericolo di guerre – specie a causa del crescente disimpegno della amministrazione Obama dallo scacchiere internazionale – non è affatto venuto meno.

Ma la cosa più impressionate è che, venuto meno lo scontro ideologico, i partiti che ci governano sono divenuti sempre più personalistici ed incentrati su di una figura polarizzante (per ciò che concerne l’Italia, nei passati decenni con Berlusconi ed il suo “partito azienda”, e nei tempi più recenti con Grillo-Casaleggio ed il loro Movimento 5 Stelle, nonchè, negli ultimi due anni, con Renzi ed il suo possibile partito della Nazione).

In tal modo all’ideologia in nome della quale sono state compiute in passato tante nefandezze, si sono sostituite le persone, o, meglio, il capo carismatico che, magari facilitato da sistemi elettorali – quali in passato il cd. “Porcellum” ed oggi, con risultati identici ancorchè non ancora sperimentati, l’”Italicum” – può gestire il potere mediante il sistema dei “nominati”.

In questo quadro generale è quasi scomparso del tutto quello che dovrebbe essere l’assoluto protagonista della scena politica nazionale e della buona amministrazione: l’interesse pubblico “primario”, per il quale il Prof. M.S. Giannini si era tanto speso. Di esso si legge ormai nei sempre più numerosi e sbiaditi manuali di diritto pubblico, senza che nessuno si interroghi seriamente se, oltre a costituire una categoria astratta, quasi Kantiana, esso viva ancora in mezzo a noi.

Il recente affare del sindaco di Roma Marino, sia pure in piccolo, conferma quanto appena detto. Tutti si occupano del fatto che Marino intende, con l’appoggio della sinistra del PD, divenire un antagonista dell’attuale premier Renzi, con un gioco di potere che francamente sconcerta, ma nessuno si preoccupa di chiedersi se la permanenza di Marino all’apice della Giunta capitolina corrisponda all’interesse pubblico, nella specie rappresentato dall’interesse della Città di Roma Capitale ad essere ben amministrata.

Le frequenti assenze di Marino da Roma, nell’imminenza del Giubileo, non depongono in tal senso.

Tuttavia, come risulta dalle cronache degli ultimi giorni, si sta coagulando un consenso su di un sindaco il cui operato (buche nelle strade, sporcizia evidenziata perfino dai media stranieri, continui guasti ad una rete di metropolitana gravemente fatiscente, ecc.) lascia evidentemente molto a desiderare. Stupisce anzi che, in questo quadro desolante, esistano molti sostenitori che incintano il sindaco dimissionario/non dimissionario a perseverare. Il che induce a ritenere che esistano ormai gruppi di persone interessate alla permanenza di un dato politico non per il bene pubblico, ma per i vantaggi personali che se ne possono trarre.

L’affare Marino non è l’unico esempio di quanto appena detto. Ormai i partiti sembrano semplici etichette od abiti eventualmente all’occorrenza da cambiare (v. ad es. il recente affare Verdini,  poco tempo fa addirittura coordinatore di Forza Italia), mentre all’interno di essi albergano quelli che io chiamo i “partiti di casa propria” che si reggono sul potere e, soprattutto, sui vantaggi concreti che il leader (maximo o minimo che sia) è in grado di garantire. Com’è stato efficacemente detto da qualcuno che se ne intende, si tratta dell’Italia dei cacicchi e delle loro sempre più affamate tribù. In tal senso depongono del resto i  diffusi casi di corruzione che ogni giorno inondano le cronache dei giornali.

Lo scontro ideologico ormai riguarda temi, tutto sommato, marginali (come ad es. la disciplina delle coppie gay o l’aumento dell’utilizzo del contante a 3.000 euro), che peraltro nemmeno disegnano una netta divisione destra-sinistra (al punto che, per ciò che concerne la legge sulla disciplina delle coppie gay, l’ex Cavaliere Berlusconi, pur avendo avuto una zia suora, in considerazione degli accesi contrasti interni, è stato costretto a dire che si tratta di un affare di coscienza dei singoli parlamentari; mentre, per ciò che concerne l’innalzamento del tetto del contante, molti parlamentari DS si sono dichiarati d’accordo).

I temi importanti invece, in particolare quelli economici, non sono più guidati dall’ideologia, ma dai sondaggi (che evitano il pericolo di dolorose riforme, così dannose sotto il profilo elettorale). E così, ad esempio, il tema pur sentito della diminuzione delle tasse si affronta nel solito modo e cioè non con una seria ed efficace spending review, che finirebbe per essere elettoralmente dannosa dovendo tagliare personale inutile, consulenze, contributi, provvidenze ed agevolazioni varie, ma aumentando il debito pubblico, addirittura approfittando del problema dei migranti.

L’unica via di salvezza sarebbe quella di far risorgere l’interesse pubblico. Ma, realisticamente, occorre ammettere che, nell’attuale stato delle cose, ciò non costituisce altro che una pia illusione. Abbondano ormai i politicanti furbetti ma spesso improvvisati (i balbettii in inglese di Renzi sono solo il più evidente e buffo esempio), mentre mancano quasi del tutto gli statisti alla De Gasperi che si preoccupano della cosa pubblica e non dei sondaggi.

Giovanni Virga, 30 ottobre 2015.

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Category: Società

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