L’onda corta

di | 27 dicembre 2008 | 2 commenti Leggi

Secondo la tecnica delle c.d. “graduazioni difensive”, elaborata secoli or sono dai padri gesuiti, la prima regola da seguire nel difendersi è quella di “denegare semper”; la negazione del fatto, infatti, è sempre stata la miglior difesa.

Tuttavia, sempre secondo la tecnica delle graduazioni difensive, se la negazione dell’accadimento non è possibile, occorre “distinguere”, ammettendo l’accadimento, ma cercando nel contempo di giustificarlo in qualche modo e, soprattutto, cercando di dimostrare che il soggetto imputato è ad esso estraneo.

E’ proprio quello che è accaduto a proposito dei concorsi universitari. Fino a qualche tempo addietro, infatti, quasi tutti gli accademici negavano che il sistema dei concorsi universitari (parcellizzato in tanti concorsi locali, difficili da seguire) fosse molto spesso truccato, anche per il fatto che i componenti delle commissioni di concorso erano scelti tramite elezioni di vere e proprie cordate, incaricate di mettere in cattedra il candidato predestinato; negli ultimi tempi, tuttavia, anche sulla scorta di sempre più evidenti esempi di concorsi “eterodiretti”, che fanno rimpiangere perfino l’originario sistema delle cooptazioni (il quale aveva almeno il merito di essere meno ipocrita dell’attuale, dato che il “cooptante” si assumeva la responsabilità, di fronte all’intero mondo scientifico, di avere messo in cattedra un asino), il mondo accademico si è reso conto che non è più possibile “denegare semper”, ma che occorre tuttavia “distinguere”.

C’è tuttavia da chiedersi perché, nell’anno che si sta per concludersi, si è cominciato a parlare diffusamente, con forti toni critici, dell’attuale sistema del concorsi universitari. E’ possibile che nessuno, specie tra gli addetti ai lavori, si fosse accorto in precedenza delle sue storture?

Eppure in passato non erano mancati coloro (tra cui lo scrivente: v., tra gli altri, l’articolo pubblicato nel lontano 2001 nella rivista Giust.it Le regole dei concorsi universitari, riprodotto nella presente rivista) che avevano con largo anticipo denunciato, in modo articolato, le storture dell’attuale sistema.

Una denuncia questa che non solo era caduta completamente nel vuoto, ma che ha avuto effetti perniciosi nei confronti di chi aveva avuto l’ardire di effettuarla; non a caso la rivista su cui è stata pubblicata non esiste più, nonostante il suo grande successo, ed è stata “ridenominata”, guarda caso, da un folto gruppo di accademici che – nonostante la chiara situazione di comproprietà della rivista, consacrata nei contratti di edizione – non hanno esitato un attimo ad utilizzare, senza alcuna autorizzazione, tutti i documenti di cui si componeva e gli abbonati che erano stati acquisiti mediante il duro lavoro quotidiano di oltre 6 anni di attività).

Come mai quindi, perfino gli accademici, con le loro lunghe carovane di portaborse, recentemente hanno cominciato ad ammettere (sia pure con mille distinzioni) che il sistema dei concorsi universitari è “da rivedere”?

Io personalmente ho una teoria, che è poi la stessa che spiega l’improvviso esplodere oltre quindici anni addietro del fenomeno di “tangentopoli”. Anche per tale fenomeno c’è infatti da chiedersi: possibile che nessuno in precedenza sapesse del sistema di tangenti che avvinghiava le imprese ai partiti politici? Nello stesso modo in cui oggi ci chiediamo: possibile che nessuno tra gli accademici sapesse del fenomeno della “concorsopoli” universitaria?

Per dare una risposta ad entrambi i quesiti, a mio avviso, non è sufficiente fare riferimento al fatto che, nel nostro paese, per vizio antico, vi è una buona dose di ipocrisia, ma occorre rilevare soprattutto che, in entrambi i casi, quel che ha determinato il venir meno del muro di omertà che prima esisteva è il fatto che è venuto meno il sistema (finanziario) sul quale entrambi i fenomeni si reggevano.

Mentre nei paesi dell’est (nel 1989) è caduto il muro di Berlino, in Italia (nel 1992) è caduto il muro del debito pubblico che alimentava il sistema di tangentopoli, reso non più possibile dall’imponente montagna del debito pubblico che si era andata accumulando nel corso degli anni, peraltro senza alcun sensibile miglioramento delle infrastrutture del Paese.

In maniera analoga, il fenomeno dei concorsi universitari truccati è venuto alla luce (nel 2008, a circa 10 anni di distanza dalla c.d. riforma Berlinguer) per i tagli alla spesa universitaria che si era tentato di imporre con l’ultima finanziaria. Il che ha fatto insorgere (aspetto questo davvero singolare della vicenda) non solo, come prevedibile, gli accademici, ma anche gli studenti universitari, i quali hanno creato un movimento di protesta, immaginificamente denominato come “l’onda”.

Un’onda che tuttavia non è stata molto lunga: non appena infatti i tagli sono stati grandemente ridimensionati (in nome, ovviamente, del merito e della necessità di sostenere la ricerca: chi potrebbe dire di no a questi due nobili scopi?) e sono stati sbloccati i concorsi universitari già indetti (col solito sistema parcellizzato, ma con qualche lieve variante, quale quella del sorteggio, tuttavia, solo parziale e ristretto ai soli ordinari) tutto sembra rientrato.

Nel frattempo le nostre Università, con tutto il loro carico di corsi spesso inutili e di apprendisti cattedratici, tenuti buoni con la promessa di qualche posto, continuano ad andare alla deriva e di esse tornerà forse a parlarsi in occasione dei prossimi tagli.

Giovanni Virga, 27 dicembre 2008.

Category: Concorsi

Commenti (2)

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  1. Salvatore Ficili ha detto:

    Concordo pienamente.
    Mi ricordo di aver partecipato da giovane ad un concorso all’Università di Palermo. La prova scritta era stata fissata in una “sconosciuta” aula della Facoltà di Giurisprudenza, per le ore 08.00.
    Dopo aver chiesto ai commessi dove si trovasse l’aula (che neanche loro conoscevano bene) sono arrivato alle 08.15.
    La Commissione presente aveva già iniziato a dettare il tema e non ha consentito che io iniziassi in quanto arrivato in ritardo.
    Il fatto è che era presente un solo candidato. Scommetto che poi ha vinto il concorso.
    Da allora non ho mai fatto alcun altro concorso presso l’Università.

  2. Anna Salice ha detto:

    Il 30 dicembre 2008 sul giornale “Libero” c’era un interessante articolo di Antonio Martino sul tema del lavoro, nel senso che “non bisogna demonizzare la precarietà”. E citava una sua esperienza, che qui trascrivo:

    Nel 1978 in visita a Taiwan, chiesi al presidente della maggiore università di quel paese (National Taiwan University) come reclutassero i loro docenti. Mi rispose che se un giovane prometteva bene gli veniva offerto un contratto di insegnamento di un anno.
    Chiesi: e dopo?
    Mi venne risposto che se il giovane aveva dato buona prova di sè gli veniva concesso un rinnovo per due anni.
    Ripetei la domanda: e dopo?
    Se durante i due anni, rispose, ha fatto bene gli rinnoviamo il contratto.
    Chiesi: ma non diventa mai di ruolo?
    No, mai, rispose dopo essersi fatto spiegare cosa significasse “ruolo”.
    Ne licenziate molti, chiesi.
    Mai nessuno, rispose: col nostro sistema tutti danno buona prova di sè.

    La morale è semplice: se il lavoratore sa che il suo rapporto di lavoro continuerà indifinitivamente, indipendentemente dalla misura e dalla qualità del suo lavoro, non ha incentivo ad impegnarsi, ma lavorerà “in quella maniera negligente e pigra” (per usare le immortali parole di Adam Smith) che il suo datore di lavoro consenta.
    Se il datore di lavoro poi è lo Stato, l’assenza di effettivi controlli sulla qualità del lavoro prestato dai dipendenti pubblici ne garantisce l’assoluta inefficienza.

    Commento personale: sicuramente ci sono tanti professori che lavorano con passione e coscienza, ma ce ne sono altrettanto tanti che non fanno nulla.

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