Corsi e ricorsi storici (a proposito del rapporto tra Mussolini e Ciano e quello tra Berlusconi e Fini)

di | 19 agosto 2010 | 10 commenti Leggi

Chiedo preventivamente venia ai lettori se, approfittando della stagione estiva e di alcune letture che ho fatto in questo periodo, mi occuperò di un argomento estraneo ai temi solitamente trattati dalla rivista. Ma alla penna, così come al cuore, non si comanda.

In un recente articolo del settimanale “Oggi”, del quale dà notizia il Corriere della Sera di ieri, si azzarda un parallelo tra il comportamento di Mussolini nei riguardi della famiglia di Claretta Petacci e segnatamente nei confronti del “cognato”, da un lato, e, dall’altro, quello – più recentemente emerso – tra Gianfranco Fini e la famiglia Tulliani, con particolare riguardo sempre al cognato.

Qualche analogia infatti c’è, ammesso per un attimo che si dimostrino vere tutte le cose che sono state dette negli ultimi tempi sul cognato di Fini. Ma non si tratta di una particolare novità.

Tutti gli uomini di potere sono sempre stati oggetto di pressioni da parte delle persone di famiglia, specie se queste (come nel caso della Petacci) rivestono il ruolo di amante. Anche per gli uomini di potere vale il famoso detto “tengo famiglia”, che Leo Longanesi proponeva di scrivere sulla bandiera italiana.

Del resto, come dà atto Joachim Fest e cioè uno dei massimi biografi di Adolf Hitler, nei suo libri (v. per tutti “Hitler. Una biografia” e “La disfatta – Gli ultimi giorni di Hitler e la fine del Terzo Reich”, entrambi pubblicati dalla Garzanti), anche il potente ed apparentemente inflessibile dittatore tedesco si preoccupò degli averi di Eva Braun e della sua famiglia.

Più interessanti sono, semmai, altri parallelismi che è possibile fare.

La storia infatti, secondo la nota teoria di Gianbattista Vico, valorizzata da Benedetto Croce, è fatta da corsi e ricorsi e, pur presentandosi con altri personaggi ed in contesti completamente diversi, tende a ripetersi sia pure con modalità apparentemente diverse.

Non può quindi condividersi l’affermazione fatta da Mussolini in una delle sue ultime esternazioni, secondo cui “l’esperienza è una delle tante menzogne convenzionali; essa non serve a niente, perchè ogni atto della vita è un fatto nuovo, che va risolto con l’intuizione. Infatti, da secoli e secoli, l’umanità ripete gli stessi errori e li sconta con il sangue”.

Il fatto (purtroppo vero) che l’umanità tende a ripetere i propri errori non diminuisce l’importanza delle esperienze precedenti (e cioè della storia), ma semmai dimostra che spesso una approfondita conoscenza della storia può evitare errori e rende comunque possibili valutazioni, se si depurano i fatti già accaduti dalle particolarità che li contraddistinguono.

Il Generale Rommel, nei sui diari, riporta una frase del grande Federico, secondo cui: “Chi legge la storia con riflessione, troverà che quasi sempre si ripetono le medesime scene, per le quali basta mutare il nome degli attori“. Pur non volendo aderire a questo estremo (dato che i contesti diversi ed i caratteri dei personaggi influiscono anche sulle modalità con le quali si ripetono i fatti), occorre ammettere che c’è del vero nella frase appena riportata.

In questo senso, se si vogliono compiere dei parallelismi tra il ventennio berlusconiano (sia pure inframezzato ed interrotto più volte) ed il ventennio fascista, può essere più interessante paragonare il rapporto che intecorreva tra Mussolini ed il genero Galeazzo Ciano a quello che intercorre tra Berlusconi e Gianfranco Fini.

Fini, infatti, era (sino a poco tempo fa, almeno), sia pure “in pectore”, il probabile successore del “capo”, al pari di Galeazzo Ciano (anzi, per la precisione, mentre Fini era apparentemente l’unico successore, Ciano condivideva tale qualità con Grandi ed anche con Balbo, sino alla prematura morte di quest’ultimo). Perchè dunque Fini ha deciso di rompere il rapporto, con una serie di dichiarazioni in aperta contradddizione con Berlusconi, così come ha fatto, altrettanto platealmente, Galeazzo Ciano approvando l’ordine del giorno Grandi il 25 luglio 1943?

La risposta, forse, può trovarsi tra le righe del corposo diario di Ciano (nella versione integrale curata da Renzo De Felice, intitolata “Diario 1937-1943”, Biblioteca Universale Rizzoli, X ed., 2006), il quale significativamente si apre con la drammatica lettera scritta da Ciano a Verona, il 23 dicembre 1943, prima della fuciliazione, nella quale si denuncia senza mezzi termini, l’aperto dissenso tra Ciano ed il suocero, definito esplicitamente come un “dittatore”, circa l’alleanza con i tedeschi e la decisione di sottoscrivere prima il c.d. patto di acciaio e poi, di entrare in guerra.

Tuttavia, se si rilegge il diario di Ciano (cosa che ho fatto di recente), ci si accorge che il dissidio tra il delfino ed il Capo di Governo, non nasceva solo da una divergenza di opinioni circa l’atteggiamento da assumere nei riguardi dei tedeschi; divergenza che traspare chiaramente da diverse notazioni di Ciano: v. ad es. quando scriveva che “una politica di neutralità sarà invece molto popolare e, se fosse necessario più tardi, altrettanto popolare sarebbe la guerra contro la Germania” (16 agosto 1939, op. cit., pag. 329), oppure quando riferiva in maniera orripilata che “Starace è arrivato nella sua pochezza intellettuale e morale, a dire a Mussolini che le donne italiane sono felici della guerra, perchè ricevono sei lire al giorno e si levano i mariti dai piedi” aggiungendo subito dopo “Che vergogna! Il popolo italiano non merita l’insulto di tanta volgarità” (27 agosto 1939, op. cit., pag. 336).

Tutto ciò, tuttavia, non impedì a Ciano stesso, per opportunismo, di rimanere al fianco del Duce nel corso della guerra, almeno fino al febbraio del 1943, allorchè, nell’ambito di un rimpasto di governo, Mussolini – probabilmente per le pressioni sempre più forti di Hitler, ispirato da von Ribbentrop – lo silurò nonostante che fosse suo genero, nonchè il probabile successore, dopo aver sostituito in precedenza Attolico, ambasciatore italiano presso il Terzo Reich.

In realtà, dalle pagine del diario di Ciano, risulta una sempre maggiore disistima del suocero, nei cui confronti nutriva un rapporto di odio-amore, ed una crescente critica nei confronti delle sue decisioni, dovuta forse all’impazienza di succedergli. Altrimenti non si spiegherebbe perchè il suo contrasto con il Duce divenne palese solo il 24 luglio, in occasione del ricordato ordine del giorno Grandi, il quale venne votato da Ciano – come ammette in parte lo stesso De Felice nel suo libro “Mussolini l’alleato. Vol. 1/1: Dalla guerra «breve» alla guerra lunga. L’Italia in guerra”, Einaudi ed. – con la segreta speranza di rimanere a galla e trovare un posto di rilievo nel nuovo governo.

Molto spesso, dietro grandi questioni politiche, che vengono utilizzate come comodo scudo o facile pretesto, si nascondono personali ambizioni e calcoli, che spesso si rivelano sbagliati.

Ritornando ai giorni nostri, non vi è dubbio che l’insofferenza di Fini nei confronti di Berlusconi si è manifestata più volte in passato, fin prima della fusione di Alleanza Nazionale con Forza Italia, a seguito del famoso discorso del predellino di Berlusconi; com’è stato più volte ricordato, a seguito di tale discorso, Fini ebbe a dichiarare che si era ormai “alle comiche finali”; onde può sembrare incompensibile il fatto che Fini, dopo appena qualche settimana dal discorso del predellino, accettò senza battere ciglio la fusione tra i due partiti, con la creazione del Popolo delle libertà.

Le ragioni probabilmente furono nient’altro che dettate da opportunismo e dal desiderio di restare a galla, similmente ai motivi che convinsero Ciano a non rassegnare le dimissioni da Ministro degli esteri dopo il 10 giugno 1940, e cioè dopo l’entrata in guerra dell’Italia al fianco del Terzo Reich. Perchè Ciano, così contrario alla guerra al fianco dei tedeschi, al punto di prefigurare in ogni caso una guerra “contro” gli stessi, rimase al suo posto e partecipò attivamente alla guerra stessa (suggerendo addirittura l’attacco alla Grecia, presentato al Duce come una semplice passeggiata)?

Similmente Fini, solo dopo aver capito che stava completamente perdendo il partito dopo la sua fusione con Forza Italia, anche per via del rafforzamento dell’asse Berlusconi-Bossi, nonchè dopo essersi reso conto che stava anche perdendo il ruolo di delfino, per via del rafforzamento sempre maggiore di Tremonti (nei cui confronti ha sempre nutrito, per ragioni analoghe, una avversione non celata neanche in occasione del precedente governo Berlusconi, nel corso del quale ha chiesto ed ottenuto la sua testa), ha cominciato un attacco in pieno stile a Berlusconi, fino al punto di determinare una situazione di rottura profonda, culminata nel battibecco molto irrituale della direzione nazionale del partito; in modo analogo a quanto successe a Ciano, il quale, solo dopo essere stato dimissionato da Ministro degli esteri e quando le sorti della guerra erano ormai segnate (con lo sbarco degli alleati in Sicilia), firmò l’ordine del giorno Grandi, che sanciva la palese rottura dei rapporti con il suocero.

Non è da escludere che alcuni comportamenti derivano anche dalla disistima che ormai intercorre tra i personaggi in questione e dal fatto che così come Galeazzo Ciano e Benito Mussolini avevano storie diverse e forse opposte (il primo rampollo rampante dell’alta borghesia, che si freggiava perfino del titolo di Conte e l’altro che proveniva da una famiglia proletaria, che in passato era stato un acceso socialista), altrettanto diverse ed opposte sono le storie personali di Gianfranco Fini e di Silvio Berlusconi (il primo, tipico uomo di partito che, per dirla con Berlusconi, non ha mai lavorato seriamente, il secondo uomo dell’imprenditoria, sia pure di quella italiana legata a filo doppio con la politica).

Di contro, a dispetto del diverso background personale, analogie sussistono tra Mussolini e Berlusconi: sono entrambi degli accentratori, hanno entrambi disistima del prossimo, sino al punto di circondarsi prevalentemente da yes man, sono entrambi attirati dal rapporto diretto con le masse, che sanno ben educare tramite la propaganda ed affascinare con i loro discorsi.

Tutto ciò, ovviamente, non ci dice come andrà a finire lo scontro in atto tra Fini e Berlusconi, dato che sono molte le variabili in gioco, anche se non sono da escludere riappacificamenti temporanei, per ragioni contingenti. Ma ci spiega l’apparente irrazionalità di comportamenti contraddittori ed altrimenti incomprensibili.

Rimane al fondo l’amara constatazione che, dietro gli argomenti che sono stati utilizzati per alimentare lo scontro (da quelli appartentemente nobili di uno sbilanciamento di una politica tesa a favorire il nord, per accontentare la Lega, a quelli meno esaltanti circa i presunti affari immobiliari del cognato di Fini), verosimilmente si agitano interessi ed ambizioni personali che nulla hanno a che vedere con l’interesse del Paese.

Giovanni Virga, 19 agosto 2010.

Category: Società

Commenti (10)

Trackback URL | Comments RSS Feed

  1. Mauro Dido ha detto:

    La Sua è un’analisi lucida e realistica, da cui si trae la conferma che questo Paese, per uscire dall’orribile pantano in cui si trova, ha urgente bisogno di rinnovare la propria classe dirigente. Ma, personalmente, non sono affatto ottimista. I veri cambiamenti nascono soltanto da un trauma (per costruire qualcosa di nuovo bisogna anche distruggere…). La fine del fascismo fu segnata dalla guerra. Quella del berlusconismo da che cosa?

    Saluti.

    MD

  2. Giovanni Virga ha detto:

    Ringrazio il lettore per il sintetico, ma molto efficace, intervento che precede (nonchè per la segnalazione di un refuso che ho già corretto).

    Il lettore mi chiede e si chiede come uscire dall’attuale “orribile pantano” e sembra auspicare un evento traumatico (quale fu la caduta del fascismo). In realtà nell’Italia repubblicana, un evento traumatico c’è stato (tangentopoli) ed è stato proprio quello che ha determinato la situazione attuale. Io non auspico alcun ulteriore evento traumatico (quale potrebbe essere, ad esempio, l’estromissione dell’Italia, assieme alla Grecia e Spagna, dal sistema dell’euro).

    Facciamo comunque una ipotesi possibile anche se allo stato improbabile e cioè che Silvio Berlusconi, constatato che ha ormai una certa età e comunque perchè si è ormai rotto le scatole, esca improvvisamente di scena, ritirandosi in una delle sue tante ville. Cosa succederebbe?

    Il candidato naturale per la successione sarebbe Tremonti, uno dei pochi non yes man di cui Berlusconi è stato costretto a circondarsi (in considerazione delle sue non facilmente sostituibili competenze: l’esperimento Siniscalco non si è rivelato felice). Tuttavia Tremonti, del quale tanti (tra cui chi scrive) hanno fiducia per le sue indubbie qualità, non solo non possiede il carisma del “capo”, ma è troppo legato alla lega nord per suscitare entusiasmi al sud. Onde si riproporrebbe un “minestrone” (e cioè un governo di coalizione) imbarcando nel Governo Casini e magari anche Fini. Il che darebbe maggiore equilibrio al Governo, ma non risolverebbe il problema di fondo (come conciliare il federalismo del nord con il clientelismo del sud?).

    In realtà, seguendo le ambizioni e gli interessi personali dei vari leader politici (che non mi hanno mai appassionato), sfuggono spesso i problemi generali del paese, il quale ha anche bisogno di una rifondazione morale e di una riforma liberale che, a lungo promessa da Berlusconi, non si è ancora vista.

    In questo quadro, l’attuale sistema elettorale, non aiuta proprio. L’avere abolito non solo il sistema dei collegi uninominali, ma soprattutto non avere previsto almeno il voto di preferenza, ha notevolmente abbassato il livello qualitativo della classe politica, togliendo la possibilità agli elettori di scegliere liberamente un loro rappresentante. Del resto, cadute ormai le ideologie, ormai contano gli uomini e gli interessi che essi rappresentano. Che senso ha, quindi, avere un sistema elettorale che sembra anacronistico, dando tutto il potere agli apparati di partito ed ai loro esponenti di vertice? Ecco, la riforma del sistema elettorale potrebbe essere un buon punto di partenza.

    Mi rendo conto a questo punto che ben difficile sarà la scelta che attende l’attuale Capo dello Stato, nel caso di crisi dell’attuale Governo (sciogliere il Parlamento immediatamente, oppure tentare la formazione di un Governo di transizione, che comporterebbe un nuovo “ribaltone”, per varare almeno una riforma elettorale?).

    Cordiali saluti

    G.V., 20.8.2010

    P.S.: nel corso della risposta ho detto che il nostro Paese ha bisogno urgente di una rifondazione morale. Lo ribadisco. Amo in proposito ricordare la frase che Cesare Romiti, nel corso di una intervista, ha detto di avere scritto in un quadretto posto dietro la sua scrivania, che così recita: “la migliore forma di autorità è l’esempio“. E’ proprio questo il tipo di autorità di cui ha bisogno il nostro Paese per uscire dall’attuale pantano.

  3. Carlo Romano ha detto:

    Egregio Prof. Virga, è proprio vero che alla penna non si comanda! Certo, la stagione è quella che ma che il gossip si insinuasse, velenoso, anche nel weblog di Lexitalia mi ha francamente lasciato attonito. Prima di leggere questo suo ultimo intervento pensavo che le fonti da cui attingeva una rivista così seria fossero la monumentale Enciclopedia del diritto, la Rivista di diritto pubblico, le opere di Pietro Virga, Massimo Severo Giannini, Aldo M. Sandulli…. Adesso vedo che la fonte è diventata “Oggi”. Complimenti! Ne abbiamo fatto di strada. Il tutto per screditare il “traditore” Fini ed offrire un sostegno (salvo qualche bonario ed inevitabile “buffetto”) al Cavaliere?
    Egregio Professore, oggi Massimo Giannini (omonimo del compianto cattedratico di diritto amministrativo) in “Repubblica” ci parla dell’ennesimo, clamoroso sbrego arrecato alla serietà ed alla credibilità del nostro ordinamento giuridico. Si tratta, ove mai lei non lo sapesse, della vicenda incredibile della c.d. legge “ad aziendam”, approvata dal Parlamento per offrire un ennesimo scampo al Premier ed alle sue aziende.
    Così, mentre tutta l’attenzione nazionale (anche quella di Lexitalia) si concentra sui presunti scandali del Sig. Fini, si perpetrano pratiche ben più serie e più gravi.
    Anche Lexitalia diventa un’arma di “distrazione di massa”?

  4. Giovanni Virga ha detto:

    Preciso innanzitutto che il commento che precede, redatto ieri da Carlo Romano, è stato inserito solo oggi perchè era stato classificato dal sistema di protezione del weblog come spam.

    Ho tuttavia ritenuto di non seguire il suggerimento del filtro antispam e di pubblicare il commento nonostante il suo tono polemico, anche se ciò mi costringe a replicare, per chiarire meglio il mio pensiero (è questo, del resto, lo scotto da pagare se si ha un weblog).

    Rispondo in tre punti:

    1) contrariamente a quanto asserisce Carlo Romano, non mi sono basato sull’articolo di “Oggi” (peraltro riportato dal Corriere della Sera, che non mi risulta essere un quotidiano di gossip), ma ho solo tratto uno spunto da esso per tentare un ardito parallelo in ordine al rapporto tra Mussolini e Ciano, da un lato, e Berlusconi e Fini dall’altro, che può condividersi o no (nel caso di non condivisione, andrebbero tuttavia forniti degli elementi storici, che non sono stati invece dedotti dal lettore).

    Le mie fonti, nel caso in questione (trattandosi di una ricostruzione in chiave storico-politica) non sono state nè potevano essere l’Enciclopedia del diritto o le altre opere giuridiche citata dal lettore, evidentemente non attinenti, ma solo testi di storici di chiara fama (primo fra tutti quelli di Renzo De Felice, con la sua monumentale opera in 8 corposi tomi sul fascismo: a proposito il nostro lettore ha mai letto almeno uno di questi volumi? Nonchè di Joachim Fest, considerato da Indro Montanelli come il più serio biografo di Hitler) e l’imponente diario di Galeazzo Ciano, nell’edizione integrale curata da De Felice.

    2) La mia intenzione non era quella di partecipare al gossip, oppure di screditare il “traditore” Fini, nè di dare qualche semplice “buffetto” a Berlusconi (a proposito: paragonarlo a Mussolini sembra un semplice “buffetto”?), ma cercare di compiere una ardita e magari criticabilissima ricostruzione dei recenti eventi, anche al fine di capire certe dinamiche e certe decisioni, che altrimenti rimarrebbero inspiegabili (ad es. Fini non ha mai spiegato perchè, dopo avere definito “comiche finali” il c.d. discorso “del (o sul) predellino” di Berlusconi, a distanza di qualche settimana ha accettato senza battere ciglio la fusione di AN con FI);

    3) LexItalia.it non è mai stata, nè intende affatto divenire, una “arma di distrazione di massa” (abbiamo segnalato tempestivamente tante magagne legislative: per dirne una, quella del disegno di legge sul c.d. processo breve), ma non può trasformarsi – come vorrebbe il lettore – in una specie di portavoce del quotidiano “Repubblica”; nè la determinazione degli argomenti da trattare nel weblog può essere effettuata dal nostro lettore o da chiunque altro.

    Mi rendo conto a questo punto che l’aria in Italia è ormai così avvelenata che, non appena uno si azzarda a proporre una interpretazione in chiave storica di vicende attuali, si fa sotto il lettore di turno con accuse perentorie, sventolando non altri testi storici, ma un quotidiano col suo scandalo di turno (e di parte).

    Tutto ciò denota scarsa comprensione delle mie intenzioni ed una aggressività innanzi alla quale mi ritraggo non per viltà, ma per l’impossibilità di comunicare ulteriormente.

  5. Pietro De Luca ha detto:

    Non condivido l’interpretazione e le conclusioni tratte dal lettore Carlo Romano.

    Ho apprezzato lo scitto sui “Corsi e ricorsi storici”, proprio per gli ampi richiami bibliografici e per l’obiettività nel trattare con leggiadria un tema (lo scontro Berlusconi/Fini) ormai quasi asfissiante.

    Dall’analisi e dal raffronto, poi, non mi pare affatto che vi fosse il benchè minimo intento di “sceditare il traditore Fini”. Tutt’altro.

    Già di per sè il paragone Mussolini/Berlusconi è sintomatico di uno spirito autenticamente liberale, che va oltre le tattiche più o meno incoerenti ed i ripensamenti che potranno essere valutati solo se saranno seguiti da fatti concreti.

    Anch’io tuttavia, nutro lo stesso pessimismo del lettore Mauro Dido, salvo a considerare le ragioni “anagrafiche”, per le quali, per fortuna, il suddetto paragone non regge.

    Caro Professore, l’estate finirà il 21 settembre o, quanto meno, le ferire giudiziarie il 15 settembre, ne approfitti ancora per scrivere qualche altro gradevole pezzo, su argomenti a ben vedere non estranei ai temi giuridici.

    Cordiali saluti e sinceri ringraziamenti.

    P.D.L. (ironia della sorte!)

  6. Carlo Trimarchi ha detto:

    Egregio Professore,

    solo i miopi potebbero, dal basso della loro visione, non concordare con quanto da Lei pacatamente osservato circa il rapporto tra la Storia e il Potere, perchè tale a me è sembrato, per inciso, il nocciolo delle argute riflessioni.

    Volevo solo aggiungere, pazienza degli eventuali lettori permettendo, un’osservazione sul metodo di captazione e tenuta del consenso, che sembra presentare, a mio modesto avviso, la conferma di ulteriori “corsi e ricorsi”.

    Non sarebbe infatti utile ricordare come sia stato utilizzato l’Istituto Luce, durante il ventennio, per “foggiare” nella coscienza degli italiani il Tutto-Pensiero del Capo, illudere i cittadini circa l’esistenza di un Paese smagliante e fantastico, attutire le coscienze prima di provvedimenti impopolari ecc.ecc.?

    Quale, l’utilizzo oggi, del sistema radio-televisivo da parte delle Istituzioni?

    Qualcuno per favore, continui a tenere accesa la riflessione su questo tema che riguarda senza forse, e per fortuna secondo molti, il pericolo più cogente e devastante per qualunque democrazia.

    Mi torna in mente un saggio consiglio di uno scrittore che risponde al nome di Erri De Luca: ” Ti si è rotto l’acquilone? Il filo… tienilo”.

    Grazie.

    Carlo Trimarchi

  7. maurizio martini ha detto:

    Gentile professore,

    Apprezzo gli aggiornamenti che Lexitalia fornisce con puntualità e rigore. Non mi interessano affatto invece altri argomenti che trovano alluvionale ospitalità e diffusa argomentazione in altre riviste.

    Se ci è possibile salvaguardiamo almeno le riviste scientifiche che tali sono e per tali vengono apprezzate. Cordialmente

  8. Umberto Girotto ha detto:

    Egr. Professore,
    è stato molto interessante leggere il suo articolo sul raffronto Berlusconi/Fini – Mussolini/Ciano.
    Tanto più interessante quando da un acuto osservatore della “cosa pubblica” arriva lo stimolo intellettuale a confrontare i tempi che viviamo con quelli del recente passato. Anche (o forse soprattutto) se lo stimolo giunge da una rivista scientrifica.
    Grazie per il suo lavoro e le porgo distinti saluti.

  9. Clemente Mannucci ha detto:

    Egr. Professore,
    volevo aggiungere solo una circostanza nella sua ricostruzione dei tempi che corriamo; circostanza che viene spesso dimenticata ma che secondo me è la chiave di lettura della nostra situazione politica.

    La frase di Fini “Siamo alle comiche finali” scaturisce dalla messa in onda da striscia la notizia di un filmato abbastanza irriverente della Tullinai con Gaucci e forse anche con Fini stesso.

    Possiamo quindi dire che il PDL non nasce tanto dal predellino, ma come al solito da una questione di donne e onore. Un po’ come Elena di Troia.

    Cordiali saluti

  10. Francesco Spisani ha detto:

    Egr. prof. Virga, nel mondo anglosassone è invalso l’uso del termine “yesperson”, in luogo dello “yesman” da lei usato. Penso sia più corretto, perchè effettivamente non solo solo maschi a dir sempre acriticamente di sì. I migliori saluti

Inserisci un commento