La giustizia “copia e incolla” (a proposito di un recente articolo di Gian Antonio Stella)

di | 10 luglio 2007 | 4 commenti Leggi

Ho sempre apprezzato il coraggio, non disgiunto dal fine umorismo, con il quale Gian Antonio Stella – attraverso le colonne del Corriere della Sera – ha denunciato le storture del nostro sistema istituzionale ed in particolare quelle della corporazione dei magistrati, una vera e propria “casta” (per usare il titolo di un recente fortunato libro dello stesso Stella, scritto assieme a Sergio Rizzo) molto più potente e pervasiva rispetto a quella dei politici – al punto di poter costituire l’argomento per un possibile “sequel” del già citato libro (non a caso le generose indennità dei parlamentari sono agganciate agli stipendi dei magistrati: il rigido sistema di separazione dei poteri in Italia finisce infatti nel momento stesso in cui si tratta di pecunia).

Ricordo in particolare un coraggioso articolo scritto qualche anno addietro dallo stesso Gian Antonio Stella sui lucrosi arbitrati monopolizzati da alcuni potenti magistrati amministrativi (nel corso dell’articolo, che è riportato nella rassegna stampa della presente rivista, in particolare, si ricordava che tale sistema aveva “consentito a magistrati come Pasquale de Lise, consigliere di Stato e già capo di Gabinetto di Guido Carli al Tesoro, di «arrotondare» lo stipendio di 245 milioni di allora con quello che lui chiamava, simpaticamente, «il guadagno legittimo di qualche soldo»: 848 milioni extra” e si riportava una “gustosa” battuta di Aldo Quartulli, allora a capo del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, il Csm dei magistrati amministrativi, e fortissimo rastrellatore di arbitrati: «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l’amante». Aggiungeva Stella: «Un’amante generosa»). Condivido in pieno quanto fu allora scritto da Stella e lo ringrazio per il modo divertente con il quale affrontò allora lo spinoso argomento.

Non condivido invece l’articolo di Stella pubblicato nella prima pagina del Corriere della Sera di domenica scorsa, 8 luglio 2007, intitolato “E il giudice copione reintegrò il manager silurato da Marrazzo”.

Con tale articolo, infatti, si critica aspramente l’ordinanza 29 maggio 2007 n. 2700 (pubblicata in questa Rivista, Pres. Millemaggi Cogliani, Est. Russo) con la quale la Sez. V del Consiglio di Stato, ha ordinato la reintegra del direttore generale di una ASL rimosso dalla Regione in applicazione dello spoils system, prendendo atto della sentenza della Corte Cost. 19 marzo 2007, n. 104 – che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del “combinato disposto” dell’art. 71, commi 1, 3, 4, lettera a), della legge della Regione Lazio n. 9 del 2005 e dell’art. 55, comma 4, della legge Regione Lazio n. 1 del 2004, nella parte in cui prevede che i direttori generali delle ASL decadano dalla carica il novantesimo giorno successivo alla prima seduta del Consiglio regionale, salvo conferma con le stesse modalità previste per la nomina.

La critica di Stella non riguarda il merito del provvedimento (sul quale, tuttavia, avanza dubbi, affermando che “il dibattito è aperto” su chi ha ragione o torto, nonostante che la richiamata ordinanza non faccia altro che prendere atto di quanto statuito dalla Corte costituzionale con la recente sentenza), ma il fatto che l’ordinanza riporta pedissequamente diversi periodi contenuti nel ricorso in appello proposto (dagli Avv.ti Castiello e Sanino).

Per dimostrare la copiatura, che riguarderebbe anche i corsivi e le parole sottolineate, nell’articolo vengono “di peso” riportati diversi periodi che sarebbero contenuti nel ricorso proposto dai suddetti legali e si conclude in tal modo: “Tutto regolare? Per carità. Ma se è vero che la moglie di Cesare non solo deve essere ma anche apparire al di sopra di ogni sospetto, sarebbe bene che i giudici si scrivessero le sentenze senza fotocopiatrice. Tanto più se danno ragione alla difesa. O no?”.

Rispondo sommessamente: non sono affatto d’accordo con tale tesi, pur essendo una persona che (come dimostra l’ultimo intervento in questo weblog) è molto contrario al metodo della copiatura ormai dilagante nel nostro Paese.

Rilevo innanzitutto che l’articolo in questione è fuorviante, perchè finisce non parlare in maniera compiuta del merito della questione affrontata con la citata ordinanza della Sez. V ed, ancor prima, dalla Corte costituzionale con la recente sentenza n. 104 del 2007 e cioè della compatibilità o meno con il nostro ordinamento costituzionale di norme che prevedono un sistema di spoils system mutuato da altri ordinamenti, senza peraltro il sistema di contrappesi che sono colà previsti.

Spiace che un valente ed appassionato giornalista, che in passato ha denunciato la pervasitività della politica nell’ambito del nostro apparato istituzionale, perda una occasione così importante per denunciare la presenza di una sistema (quello, appunto, dello spoils system) che rappresenta il trionfo della politica sulle istituzioni.

Nell’articolo peraltro è riportata senza particolare rilievo e nessun commento la notizia (davvero scandalosa, riguardando gli alti costi della politica, argomento questo sul quale si intrattiene solitamente Stella) secondo cui la Regione Lazio, a seguito della ordinanza della Sez. V, ha varato in tutta fretta una leggina che prevede, ai fine di evitare l’esecuzione dell’ordine di reitegra, la munifica elargizione di un “indennizzo” di oltre un milione di euro a ciascuno dei direttori generali illegittimamente rimossi (per maggiori notizie v. l’articolo pubblicato nel quotidiano “Il Tempo” di Roma). Tutto ciò, come al solito, utilizzando i soldi del contribuente, al fine di perpetuare un sistema di “vittoria delle spoglie” che è stato ritenuto palesemente illegittimo dalla Corte costituzionale.

Ma il disaccordo riguarda anche gli aspetti (per così dire formali) sui quali si appuntano le critiche di Stella.

Personalmente infatti trovo un tantino ipocrita sostenere (implicitamente) che sia dimostrazione di indipendenza del magistrato parafrasare tesi sostenute da una delle parti, mentre, di contro, sarebbe altamente sospetto di parzialità il riportare pedissequamente alcuni periodi contenuti nelle memorie o negli atti introduttivi del giudizio.

Con ciò non voglio certo dire che copiare da scritti difensivi sia meritorio, ma solo che la copiatura in tal caso – anche se è censurabile sotto il profilo del metodo – non può inficiare il merito del provvedimento e, soprattutto, non può fare pensare che il magistrato sia poco indipendente.

L’esito che una controversia può avere infatti è di due tipi: o il collegio giudicante ritiene di “aderire” alla tesi di una delle parti contrapposte ovvero ritiene di adottare una terza via, diversa da quella sostenuta dalle parti (si pure nei limiti segnati dai motivi e dalle eccezioni sollevate), come ad esempio avviene ritenendo sussistente una questione pregiudidiale che può essere rilevata di ufficio.

Nel caso di adesione ad una delle tesi contrapposte, non costituisce certo dimostrazione di mancanza di indipendenza riportare alcuni periodi contenuti negli scritti difensivi, piuttosto che parafrasarli. Nella specie, peraltro, l’adesione era automatica, tenuto conto di quanto affermato dalla Corte costituzionale.

Il problema della giustizia “copia ed incolla” è, semmai, un altro.

Il pericolo che questa comoda funzione permessa dai moderni computer (che fu introdotta per prima nel Macintosh e fu poi ripresa – alias copiata – dalla Microsoft fin nelle prime versioni di Word per Windows) sia utilizzata in maniera estesa anche dai magistrati non riguarda tanto gli scritti difensivi, nell’ipotesi in cui il giudice finisca per aderire ad una delle tesi contrapposte, quanto le massime delle sentenze e la conseguente possibilità che si formi una giurisprudenza “copia ed incolla” che si appiattisce su maximen che spesso rappresentano degli obiter dicta.

Chi scrive ormai da oltre vent’anni massima sentenze ed ha assistito ad un’opera di progressiva utilizzazione della funzione copia ed incolla da parte dei magistrati per redigere le motivazioni delle sentenze.

Accanto infatti a diverse sentenze davvero originali ed innovative, si rinvengono una serie di sentenze che, copiando una serie di massime tratte da banche dati o da cd rom (con perfino i links alle leggi citate nelle massime, che non vengono eliminati nel momento in cui la massima viene trasposta col copia ed incolla nel documento word e che denunciano in maniera inequivocabile la loro provenienza), finiscono per appiattirsi su alcuni principi tralatici, senza magari chiedersi se abbiano o meno fondamento.

Con ciò non voglio negare l’importanza, anche nel nostro ordinamento, del precedente giurisprudenziale, che finisce per limitare la discrezionalità di cui dispone spesso il giudice; voglio piuttosto ricordare che il precedente, così come si dice negli ordinamenti di common law, deve costituire anche nel nostro sistema un “persuasive precedent”; deve cioè essere persuasivo e sorretto da adeguate argomentazioni.

Mi sono sempre dedicato a riviste giuridiche perchè sono convinto che la conoscenza del c.d. “diritto vivente” è fondamentale per orientare non solo i giudici ma anche le parti e, in ultima analisi, per diminuire lo stesso contenzioso.

Tuttavia mi sono sempre chiesto se, in futuro, la decisione delle controversie potrà affidarsi – magari mediante sistemi di intelligenza artificiale – a delle macchine che elaborano i principi affermati dalla giurisprudenza: e la risposta a tale quesito è allo stato negativa.

Per quanto grande possa essere la massa dei principi che possono essere immessi in un computer, solo la fine sensibilità di un giurista in carne ed ossa potrà decidere il singolo caso. I principi affermati dalla giurisprudenza, sotto questo profilo, possono solo costituire un limite alla discrezionalità del giudice, una pietra angolare con la quale confrontarsi, ma non certo la necessitata risposta da dare ad una istanza di giustizia.

Il persuasive precedent, riassunto da una massima, può quindi costituire un utile mezzo per limitare le possibili varianti che la soluzione di una questione giuridica può offrire e comunque deve necessariamente costituire un parametro che va adeguatamente esaminato per proporre una soluzione diversa. Ma non può costituire certo l’unico elemento sulla base del quale decidere la controversia.

E’ quindi questo il vero pericolo di una giustizia “copia ed incolla”: che mediante la trasposizione meccanica di una serie di massime nel corpo della sentenza, la giurisprudenza finisca per appiattirsi.

Giovanni Virga, 10 luglio 2007.

Category: Giustizia amministrativa

Commenti (4)

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  1. luigi oliveri ha detto:

    L’esame superficiale della questione relativa allo spoil system è un po’ la conseguenza di un modo leggermente ipocrita di affrontare la questione del “costo della politica”.
    Senza nulla togliere alla meritoria e di lunga data opera di Gian Antonio Stella, occorre prima di tutto prendere atto che chi scrive di caste, spesso appartiene a caste non meno chiuse e forti.
    Basta fare un po’ di attenzione ai cognomi di molti giornalisti, per scoprire come intere generazioni si succedano alla tastiera, prima delle macchine per scrivere, oggi dei computer. Ma, aguzzando ancor più la vista, ci si accorge come molti cognomi appartengano alle famiglie a loro volta componenti della casta politica. La quale, spesso, è direttamente o indirettamente proprietaria di case editrici. Che editano giornali, lautamente finanziati dalla casta “politica”.
    Non mancano voci che denunciano questo finanziamento pubblico dei giornali (che sono imprese teoricamente private). Resta il fatto che la casta si autoalimenta.
    In questo quadro, lo spoil system viene criticato a senso unico, cioè quando colpisce qualcuno che si suppone apartenga alla compagine politica avversaria.
    Dunque, lo spoil system di Marrazzo è “buono”. La reintegrazione, per quanto sia solo e soltanto frutto dell’applicazione del dettato della Corte costituzionale, è “cattivo”. E lo sarebbe perchè avrebbe il difetto di mantenere in sella un dirigente e, dunque, un “costo della politica” non allineato all’attuale maggioranza.
    La questione sul costo della politica sta deviando verso un modo di ragionare che non solo non contrasta lo spoil system, ma ne è funzionale. Sempre più l’attenzione si sposta dal costo della politica vero e proprio, cioè prebende, privilegi e costi degli organi politici, verso i costi dell’apparato amministrativo. Facendo di tutta l’erba un fascio, cioè accomunando i costi del personale pubblico e della dirigenza (certamente da razionalizzare), ai costi di quel particolare personale pubblico e dirigenza pubblica, assunti per cooptazione, da parte dei componenti della casta.
    E’ onesto distinguere, invece, quella parte di dipendenti pubblici che con la casta non hanno nulla a che vedere. Considerare tutti i dipendenti pubblici come funzionali ad una parte politica, tutti politicizzati e tutta la dirigenza come espressione diretta di privilegi politici, serve solo ad assolvere chi di casta ferisce, ma di casta in qualche modo vive.

  2. Roberto Napoletani ha detto:

    Concordo pienamente con quanto osservato da Luigi Oliveri.
    Anche a me aveva colpito l’articolo di Stella che, tra l’altro, adombrava anche una vicinanza particolare tra l’avvocato ricorrente (già magistrato di tar) ed il magistrato estensore della sentenza.
    Mi ha meravigliato molto che proprio Stella non approfittasse dell’occasione per fare una considerazione o dare un giudizio sul sistema dello spoils system.
    Per altro non era proprio l’Unione di Prodi e co. che nel famoso programma segnalava la necessità di superamento dello scellerato sistema?
    Non c’è da stare allegri!
    Se l’establishment, a prescindere dagli schieramenti, non vuole ristabilire la legalità costituzionale è meglio cambiare Paese.
    Comunque, a prescindere dal libro sulla Casta che a questo punto, per le considerazioni di Luigi, lascia il tempo che trova, consiglio di leggere un libro davvero indipendente (e per questo sconosciuto ai più) scritto da Oliviero Beha (un giornalista che non trova più lavoro a causa della sua franchezza disarmante e delle verità scomode che cerca di far conoscere).
    Il libro si chiama “Italiopoli” edizioni “chiare lettere”.

  3. Francesco Gambato Spisani ha detto:

    Egregio prof. Virga,

    da vostro abbonato e da persona che ha una conoscenza diretta della situazione, mi permetto di dissentire da quanto affermato dal dott. Stella e da Lei apparentemente condiviso, circa la qualificazione della Magistratura come “casta” in cui abbonderebbero i privilegi.

    Lasciamo perdere che da diversi anni diventare magistrato ordinario significa dover mettere in conto, con quasi certezza, un trasferimento in luogo molto lontano dalla propria residenza, con costi monetari e umani che nessuno si è dato ancora la pena di quantificare (occorrerebbe verficare la percentuale di famiglie “scoppiate” dopo dieci anni in cui l’un coniuge lavora e risiede, mettiamo, a Milano, e l’altro a Nicosia, o a Lecce, o a Tolmezzo, e da quanto so io il risultato potrebbe sorprendere).

    Mi risulta poi che in particolare gli arbitrati dei magistrati amministrativi sono assegnati mediante un sistema di estrazione a sorte e che i compensi sono resi pubblici anche nel sito internet istituzionale.

    Mi sembra un po’ poco per parlare, in blocco, di “casta” privilegiata, non le pare? Scusi se l’ho disturbata, e i migliori saluti.

  4. Avv. Francesco Castiello ha detto:

    Roma, 18 luglio 2007.

    Illustre Prof. Virga,

    ho letto con attenzione, pienamente condividendone i contenuti, il suo scritto dal titolo “La giustizia “copia e incolla” (a proposito di un recente articolo di Gian Antonio Stella)” pubblicato in data 10 luglio 2007.
    Le invio, in merito, alcune mie considerazioni con la preghiera di volerle pubblicare, ringraziandola per l’ospitalità.

    Cordiali saluti

    Avv. Francesco Castiello

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    Il Consiglio di Stato, nell’ottobre 2005, anziché sospendere gli effetti dello spoil system e ordinare la immediata reintegra dei manager delle aziende sanitarie fatti decadere in violazione del contratto di lavoro che assicurava stabilità fino al dicembre 2006, insolitamente sospese il giudizio cautelare rimettendo la questione alla Corte Costituzionale. Restò frustrata l’immediatezza che è propria della tutela cautelare.

    Ai manager delle AA.SS.LL. rimossi nell’estate del 2005 è toccato attendere la pronuncia della Consulta che, con la sentenza n. 104 del 19 marzo 2007, ha dichiarato illegittimo lo spoil system per contrasto con gli artt. 97 e 98 Cost., quest’ultimo disponendo che: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione” (né di Storace né di Marrazzo n.d.r.).
    La Corte Costituzionale ha statuito che: “La dipendenza funzionale del dirigente non può diventare dipendenza politica” e che il dirigente “non può essere messo in condizioni di precarietà che consentano la decadenza senza la garanzia del giusto procedimento”, dichiarando l’incostituzionalità dell’art. 55, IV° comma dello statuto della Regione Lazio sullo spoil system, se applicato – com’è avvenuto nel caso concreto – senza le garanzie del contraddittorio e in assenza di motivazione.

    Conseguentemente il Consiglio di Stato, in esecuzione della sentenza della Corte Costituzionale, ha dichiarato, come atto dovuto, l’illegittimità della destituzione dei manager (e della nomina dei successori) e ne ha disposto la reintegra. Che la legge della Regione Lazio n. 8 del 13 giugno 2007, in esecuzione della sentenza della Corte Costituzionale, a sua volta ha previsto in alternativa all’equo indennizzo quale corrispettivo della eventuale rinuncia alla reintegra.

    Il sistema delle spoglie è un’autentica aberrazione. Sotto il profilo della non compatibilità del c.d. spoil system con i richiamati principi costituzionali è utile il riferimento a un episodio indubbiamente significativo data la levatura dei personaggi coinvolti.

    Con interpellanza rivolta al Ministro della Pubblica Istruzione On Gonella, per conoscere i criteri che avevano ispirato il provvedimento del 28.10.1948 col quale non era stato confermato nell’ufficio di direttore della Scuola normale superiore di Pisa il prof. Luigi Russo che teneva tale ufficio dal 1944, Pietro Calamandrei osservò che: “non vorrei che si instaurasse anche in Italia il sistema che un tempo era usato negli Stati Uniti d’America: il sistema degli “spogli”, col quale il nuovo presidente, appena eletto, distribuiva tutti gli uffici e impieghi pubblici ai suoi elettori, agli appartenenti al proprio partito, come una preda di guerra. Questo vorrebbe dire la corruzione di tutta l’Amministrazione”.

    Gli fece eco Benedetto Croce che, in merito alla destituzione per motivi ideologici e non tecnici del prof. Russo, così scrisse a Calamandrei: “caro amico, io non ho nessuna difficoltà che lei con il garbo consueto, dica, poiché è la verità, che anche io, richiesto in proposito, ho espresso il parere che il procedimento tenuto dal Ministro verso il Russo non sia stato corretto e che all’operoso presidente della Scuola normale di Pisa egli doveva accordare un colloquio, spiegargli le ragioni della sostituzione che meditava e, se aveva errori da rimproverargli, contestarglieli”. La lettera di Croce a Calamandrei si concludeva così: “il procedimento del Ministro non è stato corretto ed è assai pericoloso come esempio”.

    La normativa regionale denunciata è incostituzionale, altresì, per il rapporto di antinomia in cui si pone con i principi desumibili dal coordinamento degli artt. 32 e 98 Cost..

    Il sistema delle spoglie appare obiettivamente non confacente al settore della sanità, considerato che le aziende sanitarie, erogando un servizio di pubblica necessità, devono perseguire i fondamentali obiettivi posti dall’art. 32 Cost. in condizioni di autonomia e di immunità dai condizionamenti da parte di questa o quella formazione politica, nel rispetto dell’art. 98 Cost. col quale l’art. 32 si coniuga in un contesto logico-sistematico di necessario ed ineludibile riferimento (cfr. Cons. St., sez. IV, sent. n. 983/2001).

    Lo spoil system è metodo che si pone in stridente contrasto con le finalità delle grandi riforme degli anni 90, che hanno mirato a separare l’attività politica da quella amministrativa per il buon andamento della funzione pubblica (art. 97 Cost.). Lo spoil system, almeno come è stato (fra)inteso ed applicato dalla Regione Lazio, ha ricomposto in spurie nozze il divorzio tra politica ed amministrazione. Di qui l’immancabile intervento correttivo della Corte Costituzionale ed il successivo intervento esecutivo del Consiglio di Stato.

    La Corte Costituzionale ha messo fine alla lunga e travagliata vicenda dello spoil system, dalla destituzione del Rettore della Normale di Pisa, perché laico,ad opera del Ministro Gonella nel 1948, a quella dei manager della sanità, perché politicamente non allineati, ad opera della Giunta Marrazzo nel 2005.

    “Errore” del Consiglio di Stato è stato quello di non avere concesso immediata tutela cautelare, a norma dell’art. 21 della legge n. 1034/71, nell’estate 2005, rinviandola all’esito della pronuncia della Corte Costituzionale.

    E’ principio consolidato che la “sospensiva” deve essere concessa immediatamente, altrimenti – come ha ironizzato il TAR Catania, sez. III (ord. 1.2.1996, n. 35) – si riduce ad un lento e inefficace congegno, destinato, come le guardie dell’opera buffa, ad arrivare sempre troppo tardi, quando i ladri sono fuggiti.

    Una tempestiva tutela cautelare avrebbe permesso ai manager destituiti di concludere il contratto com’era nei loro diritti (l’art. 1372 c.c. prescrive che: “Il contratto ha forza di legge tra le parti”) e avrebbe evitato alla Regione un inutile contenzioso. Un contenzioso che si è concluso con la pronuncia della Corte Costituzionale, che ha dichiarato l’incostituzionalità dello spoil system fondato sulla fidelizzazione politica piuttosto che sulla fiducia tecnica e, per questo, violativo della Costituzione.

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